Furio Valerio non sapeva che si avesse quel soldato fosco il quale sempre gli era alle terga ogni qualvolta uscissero in battaglia e un giorno gli chiese:

— Perchè mi stai sempre vicino?

Il soldato non gli rispose. Aveva inchinato il volto come in un subito, strano pudore. Furio Valerio non domandò altra cosa e si convinse che il taciturno fosse preso da una inesplicabile mania. Lo lasciò fare. Lo chiamò Ombra e tutti lo chiamarono Ombra.

Giorgio degli Antoni non se ne adontò e non per questo rivelò il proprio segreto. Gli era troppo caro, era la prima fonte di ogni suo ardore.

Ancora non aveva scritto a nessuno e da più di un mese era lontano, e v’erano stati giorni di cupa ansietà dopo il tradimento degli arabi e le male arti del nemico. Non aveva scritto perchè non era in pace con sè stesso ancora, e l’anima sua, sebben dissonnata, non era conscia della grande via per la quale si era posta. Taceva, ma sempre vedeva i luoghi suoi e la casa e il fiume e il volto di Rinotta: sempre. E nella vita rude e faticata, nel continuo pericolo di avere la sua rozza croce sotto la terra sabbiosa, di cadere per non sollevarsi mai più; nel senso religioso che lascia intorno a sè la morte e il pericolo della morte, ogni cosa lontana si affinava, si ingentiliva, dileguando la volgarità che tutto deforma e impoverisce.

Ogni asprezza di contrasti era caduta, egli non sentiva che uno sconfinato amore per il proprio nido e per la sua gente che era un po’ dell’Italia, anzi la miglior parte agli occhi suoi.

Il fato che lo aveva trattenuto sul punto della propria rovina, la forza inesplicabile del fato che aveva deciso della vita di lui, quando egli ormai più non era se non il masso precipite, gli aveva dischiuso la mente al senso del mistero, al senso dell’inafferrabile che sospinge la vita nostra verso inattesi confini. E il ghigno e la brutale cecità dei lontani, di tutti coloro che vivevan bestemmiando, nel loro fimo, gli parve la cosa più miseranda che fosse stata mai. La sua mutazione lo faceva taciturno.

Scopriva in sè un altro io: gli pareva di sentirsi uomo la prima volta nel mondo, di affermarsi per la prima volta, di essere uno. Fino a quel punto non era stato che un ubbriaco berciante dietro il carro dei distruttori; un dimentico; un qualcuno che aveva un nome e una coscienza fittizia e che s’imbrutiva fra la morale povertà del gregge; ma il confine era superato; sentiva ora di poter ritornare fra gli antichi compagni con serena fermezza.

E il Vecchio? Talvolta, sotto la tenda, quando tutti dormivano ed egli chiudeva gli occhi senza sonno, talvolta gli accadeva di vederselo innanzi, fiero e muto e gli pareva di non sapergli parlare ancora, e tale era la sua pena più grande. Ma se fosse ritornato, se il destino gli avesse concesso di rifar tutta la lunga strada fino alla solitaria casa fra le due foci, allora forse avrebbe trovata la parola che non udiva tuttavia nel suo profondo.

Viveva così, senza partecipare alla chiassosa allegria dei camerati, cercando solo di oprare, di esser posto innanzi, inflessibile ed instancabile. Della tragedia superata non gli era rimasto che il fermo silenzio. Nessuno sapeva nulla di lui, nessuno l’aveva udito lamentarsi mai e le sue parole eran conte. La razza dalla quale proveniva poteva ben dare simili piante dal buon ceppo antico, per il suo intatto cuore addormentato.