Giorgio degli Antoni imparò che amare val più che odiare e che allora solo è bella e grande la vita e vai la pena di esser vissuta, allora quando sa essere eroica e votarsi al sacrificio per un bene di cui non godrà, di cui non avrà che la parte più pura nella coscienza del sacrificio stesso e del suo valore.

Ed anche la bella creatura per la quale l’amor suo era nato con la vita, anche Rinotta non era più quella di un tempo. Egli lo sentiva. La fierezza era vinta dalla pena e l’indifferenza di lei da un pensiero senza soste, nutrito dalla muta lontananza. Forse la sua voce sarebbe stata più lieve nel canto, interrompendosi talvolta per ascoltare, per sognare, per non poter più vestirsi tutta quanta della propria festosità senz’ombra nessuna; forse questo avveniva ogni giorno, nel cuore della grande casa sperduta fra le due foci, là dove non si udiva che il mare, il vento, il lamentoso grido delle gru e il canto delle canipaiole fra le canape stellate. Questo avveniva ogni giorno a consolare il silenzio. Così come per lui che seguiva, nel proprio rinascere, una lunga scia ideale non mai conosciuta, una gentile bontà che lo empiva di ebbrezza.

Tale era la mostruosa guerra, la scuola di ogni più empia brutalità per cui ogni animula bianca versava lacrime e clamori imprecando alla barbarie; tale era ad onta degli eunuchi di ogni schiatta e di ogni dottrina, dolorosa sì ma rivelatrice di uomini e di magnifiche tempre e di divine bontà.

E molti si disbrutivano che erano ciechi per lo innanzi e le ebbrezze, ignote ai giorni trascinati nel livore e nell’uggia e nella miseria di una piccola vita in troppo angusti confini, le ebbrezze collettive per idealità immortali, rivelavano gli uomini a sè stessi, erano come un maggio improvviso dopo una tenebra grande.

Tutto era superato con lieto cuore. La gioventù si moltiplicava fino a inverosimili tenacie, superava ogni ombra sinistra illuminando di sè l’asperrima vita. Ogni stirpe italica recava la propria anima e i suoi canti, i suoi canti sonori di cui si empivano le ruine e i bivacchi; le deserte selve e le oblique città. In tutti era un’idea sola: l’Italia, oltre ogni disparità di stirpe e su la terra e sul mare.

Ora, dopo una tregua di giorni e giorni pareva che le mude del deserto si rimovessero a compire un loro piano d’attacco, spinte all’azione dagli invisibili eroi di ogni brigantaggio e del martirio e della turpe menzogna. Pareva che gli uomini senza pudore e senza legge, scendessero sicuri della riconquista, a ricacciare in mare gl’infedeli.

E già, dai punti avanzati, dalle vedette di Sidi Mesri, da Bu-Meliana, da Gargaresh si scorgevano lontanissimamente, torme esulanti, per il deserto; cavalieri trascorrenti fra mutevoli nubi di polvere; esigue carovane. A quando a quando parlavano le bocche dei cannoni a salutare coloro che più si approssimavano alle difese e le notti eran corse dalle fantastiche luci dei riflettori, dalle spade d’adamante intersecantisi nell’ombra con subiti guizzi, o immobili come tese dalla mano di un arcangelo muto ed invisibile verso l’insidia discoperta. Nel cerchio della luce adamantina si vedevano come per prodigio, biancheggiare di un subito e gettarsi a terra e sbandarsi atterrite le torme sorprese, fin che non giungesse il mugghio del cannone. A volte tinnivano i reticolati per qualcuno che era giunto fino alle difese, strisciando; a volte passava l’allarme di una sentinella o il serpentino miagolìo delle palle nemiche, su l’accampamento. Sparavano a caso, ma avveniva che qualcuno morisse nel sonno, disteso sotto la sua tenda.

E, di giorno, continuavano a giungere dal deserto i fuggitivi: vecchi, fanciulli e donne, orrende nel loro sfacelo, dagli scarsi capelli, rossi per l’hennè, dalle mandibole nude fino alla bocca contratta. Arrivavano sorridendo e urlando, inebetiti nella fame e nella loia, levando le braccia, prosternandosi, sospingendo innanzi un somarello carico di cose immonde. Solo i fanciulli non conoscevan nè voce nè pianto; sempre accigliati e diffidenti. Erano aggiunti al branco, condotti fra i soldati, alla città ospitale. E vedevansi lunghe teorie di carrette siciliane, cariche di luride donne e di bimbi; o gruppi di prigionieri avvinti fra loro per salde ritorte.

Erano i giorni della lunga vigilia e dell’ardore, i giorni in cui ogni muro per l’oasi ed ogni casa recava una invocazione alla grandezza d’Italia.

Giorgio degli Antoni vegliava nel suo fermo coraggio e amoroso. E pur oprando con sollecitudine, poi che vinto il mare della propria tristezza si era tutto ridesto, sempre era penetrato dalla intenzione nata nell’ora tragica del risveglio e lo turbava la possibilità della propria impotenza. Anche più: se talvolta gli appariva tale possibilità fino alla morte e vedeva il giovinetto procombere e il pallido volto della donna abbrunata inchinarsi straziato, nel silenzio che egli non sapeva, tanto ne era smarrito da accusarsene. Chè per trascorrere di giorni e mutevole avvicendarsi di avvenimenti il patto chiuso in sè gli era presente come il fermo dovere segnato.