Poi l’orda selvaggia ricomparve più vicina, aumentò in ardire abbandonando dietro di sè i morti. Una donna, cinta da armille lucenti, spaventosa nel suo orrido ceffo incanito, dai grigi cernecchi ondeggianti su le tempie vuote fino alla bocca cavernosa, si agitava urlando, correndo, come invasata dal demone della follia e allo strido di lei rispondeva il gregge furibondo con un urlo spasmodico, gutturale, rinnovato a balzi come su l’impeto del cuore.

Furio Valerio accennò ai più prossimi la megera, qualcuno mormorò sorridendo:

— La bella Paradisa!

E pareva non fossero in campo, contro la morte, ma per le vie consuete del mondo, senza pensiero.

Poi come l’onda dei barbari pareva forzasse a furore ed altri ne sopravvenivano, passò un comando conciso, una voce che rimbalzò da plotone a plotone balenando. Si udì il crocchiare delle baionette innastate e passò nel sole un fulgido guizzar di lame. Finalmente! Era l’attimo atteso, l’attimo della bella violenza che ognuno si augurava, inasprito dalla costretta immobilità.

L’orda avanzava sempre più, imbaldanzita da ciò che giudicava pauroso silenzio e già si udivano i ghigni e i cachinni e le schernevoli risa interposte al consueto latrare:

Barra taliani!... Barra!...

E qualcuno danzava goffamente trepestando e balzando, il fucile levato sul capo.

Ma la beota certezza, nutrita dalla fede turca, nella sua continua miserevole viltà, cozzava contro la troppo spregiata razza che non aveva manti imperatori per il suo vestire, nè iperboli per il suo coraggio.

La barriera umana si levò di scatto, si allineò d’istinto, attese il cenno supremo, a testa bassa, ferma come il timone e l’antenna. Due cadder sul fianco prima di muover passo, nel baleno della sosta e, immobili nel loro sangue, urlarono il nome benedetto fra i mille. Poi si levò il comando, i condottieri si lanciarono innanzi, la rivoltella tesa nel pugno e si udì una invocazione di potenza: