— Il fiore che non si vuole, nasce nell’orto!
Nonna Concetta e nonna Pasquina si rivolsero a lei. Fortunata soggiunse:
— Non sapete? Il mio Giovanni ha avuto un figlio! E pensare che non lo desiderava!
— Sarà contento! — dissero a una voce Concetta e Pasquina.
— Ora sì!
Allora parve che nella solitudine di tanta vecchiaia nascesse d’improvviso un’aurora; parve che dalla castità del cielo scendesse il canto dell’allodola mattutina. La gioia di nonna Fortunata fu la gioia delle compagne sue e incominciò da quel giorno una vita inattesa.
Il nuovo venuto s’ebbe in battesimo il nome di Donato, e s’ebbe fin da’ suoi primi giorni, l’amore delle tre nonne. Visse con loro più che con sua madre e non conobbe mai il cruccio di un desiderio insoddisfatto. L’arida vita delle nonne si inalbò per la vita di quel bimbo e nell’unico lume si sentirono tutte tre sorelle. Erano sempre insieme, sempre con lui: in chiesa, nei prati, nei piccoli cortili delle loro case modeste.
Egli s’ebbe quel che avevan loro, distrusse ciò che gli piacque, senza veder mai sul loro volto, se non un sorriso.
Così crebbe in amore, bello e forte, ed esse lo videro tramutare adorando e quando più non poterono seguirlo, lo benedissero ugualmente e il loro pensiero vigile non lo abbandonò mai nelle sue venture di giovane ardito.
Anzi piacque loro la sua virilità gagliarda che non si umiliava ma si imponeva per dominio; piacque loro quel poco di scapestrataggine che lo faceva più giovine e più uomo e più ricco di ardore, e l’aspettavan su la soglia al volgere della sera, quando giungeva a salutarle, perchè allora, e allora solo, le piccole squallide case parea si accendessero tutte quante. Rinascevano adorando. Così fino al giorno in cui, essendo egli sotto l’armi, tanto aveva tempestato finchè non l’avevan fatto partire per la guerra.