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Andarono senza approdare, tenendosi al largo, dove il mare sconfina ogni intorno. E il vento non tramontò, anzi li sospinse, uguale e costante, alla costa remota dove l’un dei loro riposava da tempo nella sua veste di stamigna.

Paròn Zorzi e i suoi quattro figlioli guidarono la tartana a turno, ma più tenne il governo il vecchio, ch’era di tempra salda e sapeva il mare come la sua mano nocchieruta. Il tempo era in chiarore, sempre sereno fra i due vesperi.

Ora un giorno Paròn Zorzi stava appoggiato alla barra del timone, chiuso nella sua maglia, a capo scoperto, e suo figlio Dore gli giaceva ai piedi.

La nave filava piana fra le meduse lionate, galleggianti intorno. E Dore, ch’era il più giovane fra i quattro fratelli, appoggiato alla murata pareva dormicchiasse o sognasse co’ grand’occhi turchini, or socchiusi, ora aperti contro il cielo. Tacevano.

Il vecchio seguiva un suo tumulto interiore; il giovane, la eco di un’albata, a gioconda serenità, sotto una tacita casa, fra le stelle smorte.

Ora avvenne che le due anime si dipartissero da opposti pensieri per ricongiungersi, nel silenzio, ad un punto, e quando Paròn Zorzi parlò, Dore già lo ascoltava.

— Se il vento non falla, stanotte arriveremo, — disse il vecchio. — Tenetevi pronti.

Si appoggiò alla barra, rettificò la rotta.

— Scenderemo in un punto deserto della spiaggia, presso il paese. Gugùll e Toni rimarranno a guardia della tartana. Sono anime perdute, staranno all’erta. Noi andremo a prendere il nostro morto. È sepolto sotto un muro, a tre chilometri dalla spiaggia. Ti senti core di venir con noi?