Non appena partita la lettera, rammentandomi il passato, incominciò a frullarmi per la testa che il lirismo delle mie frasi potesse produrre un funesto effetto sull'animo positivo di mio zio. Egli che giudicava l'amore coll'aritmetica, che alla poesia d'un primo affetto opponeva l'ostacolo dei milioni, che sfoggiava tutta la sua rettorica per dimostrarmi che un misero non ha il diritto d'ammirare la bellezza risplendente fra i fulgori della fortuna, egli avrebbe riso certamente anche questa volta della mia nuova pretesa.
Ma ov'era la mia colpa, s'io non sapevo trovare le perle negli stracci, se, attirato dalla bellezza d'un volto e dal prestigio d'un sorriso, m'imbattevo sempre nella trappola dello scrigno, senza vederlo?...
È dunque facile immaginare quale fosse la mia sorpresa quando ricevetti una lettera dello zio, che aderiva pienamente al mio piano, lodava l'ottima scelta, mi muniva d'una commendatizia pel signor Nicola, nella quale appoggiava la mia domanda con argomenti decisivi, e prometteva d'intervenire alle nozze. Però, secondo i miei presentimenti, l'aritmetica non mancava, ma questa volta i calcoli del buon zio non erano fatti per dimostrare la mia inferiorità, ma per rialzare il mio valore. Non si trattava più d'una sottrazione, ma d'una moltiplica. Vedendo la necessità d'accogliere degnamente una sposa, avvezza agli agi della vita, esso destinava immediatamente una somma per l'allestimento della casa e le spese occorrenti, e mi faceva un annuo assegno, per mettere la mia condizione economica in armonia con quella della sposa.
Questi atti generosi mi commossero fino alle lagrime e mi posero in condizioni tali da poter chiedere la mano d'Agata senza arrossire. Un padre affettuoso non avrebbe potuto fare di più, e la mia risposta fu quale doveva essere quella d'un figlio che riconosce il beneficio, e che esprime la sua gratitudine con tutta l'espansione del cuore.
L'esito della domanda formale della sposa fu quale potevo desiderarlo.
Il signor Nicola mi gettò le braccia al collo dicendomi che da quel momento mi considerava quale suo figlio, la signora Giovanna mi baciò con pari affezione, e l'Agata, che ci guardava commossa, mi parve più bella che mai; la Menica piangeva della nostra allegrezza, e Martino, incerto se dovesse ridere o piangere, restava fra le due, cogli occhi lagrimosi e la bocca ridente, come le selci delle sue montagne all'aurora d'un giorno sereno, bagnate dalla rugiada e rischiarate dal sole.
L'epoca del matrimonio venne fissata per le vacanze autunnali; allora gli sposi sarebbero liberi, lo zio avrebbe risparmiato di fare il viaggio apposta fermandosi al villaggio dopo i bagni, e intanto ci restavano alcuni mesi di tempo per mettere in assetto la casa e apparecchiare il corredo. Quell'inverno scorse rapidamente, e fu uno dei più fausti della mia vita. La felicità dell'aspettativa d'un bene assicurato è superiore alla felicità del bene conseguito, perchè alla più dolce realtà si accoppia sempre qualche piccola dose d'amarezza. L'assoluto non esiste che nel cervello.
Facevamo ogni sera lunghe letture confacenti allo stato dell'animo. Leggevamo dei romanzi nei quali la vita era una burrasca, e l'amore trovava ogni sorta d'ostacoli per giungere al suo scopo; il confronto colla tranquilla esistenza, che sorrideva ai nostri voti, accresceva il valore di quella pacifica condizione, che ci rendeva tanto facile ciò che a personaggi eroici costava sforzi inauditi.
I nostri occhi s'incontravano sovente, e mettevano i cuori in comunicazione; talvolta l'Agata poggiava leggermente il suo piede sopra il mio, e quella dolce pressione rendeva più soave l'armonia delle nostre anime, producendo l'effetto dei pedali sul pianoforte.
Al di fuori, il nostro matrimonio era divenuto il soggetto principale di tutti i discorsi. Si parlava della mia fortuna, e si diceva che il signor Nicola sacrificava l'unica figlia, concedendola in isposa ad un povero maestro. Altri rispondevano che un maestro foderato d'un canonico diventava morbido come un cuscino imbottito. Le donne citavano le mie prodezze al mulino e mettevano fuori dei cattivi pronostici; chi ricordava la notte all'osteria, il vizio del giuoco e del vino, chi mi dipingeva come uno scioperato, senz'ordine e senza giudizio, e tutti facevano le meraviglie della incredibile condiscendenza dei Bruni.