XIX.

Amore e sdegno risvegliarono la mia musa; il miraggio della gloria ritornò a inebbriarmi, i sogni teatrali di Milano vennero nuovamente a cullare le mie speranze, ripresi la tragedia, ispirato dalle diverse passioni che mi agitavano l'anima innamorata e sdegnosa.

Scrivevo lunghe tirate di versi da perdere il fiato, volavo all'empireo sull'ali dell'iperbole, vedevo gli uomini al basso piccini piccini che si raggiravano come formiche intorno al formicaio, e la mia elevazione mi lusingava di giungere agli astri.

Finalmente finito, corretto, messo in netto, declamato nella solitudine della mia stanza, il mio Lucchino Visconti mi parve un capolavoro. Desideroso di farne una prima prova, senza esporre il mio nome, dissi di aver ricevuto da un amico di Milano il manoscritto di una tragedia, e pregai l'Agata di fare degli inviti per darne lettura.

Per tale trattenimento letterario venne fissata una domenica, si apparecchiarono dei rinfreschi e si mandarono ad invitare i notabili del villaggio e dintorni. Tutti coloro che senza saperlo mi avevano servito di modello facevano parte del pubblico: il parroco, il medico e sua moglie, il farmacista, l'organista, il signor Nicola, e per giunta i miei colleghi del circondario, i curati delle vicine parrocchie, i cappellani, i fabbricieri, i sagrestani, i segretari comunali e i cursori.

Alla sera del giorno fissato io giunsi col mio manoscritto sotto il braccio, e trovai la società raccolta che mi attendeva con grande aspettativa. Il salotto era stato apparecchiato opportunamente, le sedie formavano un semicerchio intorno d'un tavolo coperto d'un tappeto verde, e munito d'un bicchier d'acqua e d'una lucerna. Il paralume, concentrando la luce sul manoscritto, lasciava nella penombra gli uditori, ch'io non vedevo. La lettura incominciata alle otto finì alle dieci. Tutto concentrato in me stesso io declamava con passione, con impeto, con ardore o con tenerezza secondo i casi. Alla fine d'ogni atto mi riposava pochi istanti, ed allora scoppiavano degli applausi clamorosi che raddoppiavano la mia forza.

Finita la lettura, il battere delle mani e dei piedi, le acclamazioni iterate, le esclamazioni di sorpresa, gli elogi enfatici ed entusiastici annunziarono un vero trionfo.

— È un capolavoro!... stupendo.... inarrivabile!... — dicevano in coro, — è un'opera destinata ad uno strepitoso successo.... l'autore è un genio.... altro che Alfieri!...

Incominciò il rinfresco; vini fini, pasticcerie, salumi, liquori, caffè, una gozzoviglia improvvisata, ma abbondante e saporita; tutto si consumava, tutto scompariva nelle bocche spalancate come voragini, i tavoli forniti di squisiti manicaretti restavano spogli come le campagne dopo il passaggio delle cavallette. Uguccione della Fagiuola, l'uomo più mordace del paese, non aveva il tempo da biasimare la tragedia: la maldicenza tace quando ha la bocca piena.

Calmato il primo furore dell'entusiasmo e dell'appetito, s'erano formati dei gruppi secondo le condizioni e le tendenze delle persone, chi per digerire in pace e tranquillità quanto aveva divorato, chi per sputare sentenze, chi per udire modestamente le opinioni dei giudici più competenti.