Il dottore, colla solita prosopopea, lisciandosi i capelli, alzando la testa, accomodandosi i solini, circolava pettoruto e tronfio come un diplomatico ad un ballo di corte, ascoltando le conversazioni con un sorrisetto beffardo, alzando le spalle di tempo in tempo in aria di canzonatura, con evidente desiderio d'essere invitato a dire il suo reputato parere.

Molti se ne avvidero, e finita la refezione, divorate perfino le bricciole, e tracannata fino all'ultima goccia, egli venne pregato da varie parti di presentare una critica assennata e sapiente di quel lavoro letterario, lasciando da parte le opinioni volgari ed incompetenti, pronunziando un giudizio definitivo e inappellabile. Dopo essersi fatto pregare alquanto, colle solite giustificazioni della falsa modestia, finse di cedere per cortesia al voto generale, e andò a sedersi nel centro dell'uditorio, come un professore che deve dare la sua lezione. Incominciò a soffiarsi il naso e a tabaccare con gravità, poi chiuse gli occhi e si passò una mano sulla fronte, come per raccogliere i reconditi pensieri che vagavano nelle cellule del suo cervello, e finalmente, accennando di far silenzio, diede un'occhiata all'intorno e incominciò in questi termini:

— Signore... e signori, è cosa ardua ed ardita ad un tempo il voler giudicare un lavoro importante dopo una sola audizione. Tuttavia, senza veruna pretesa, eccovi per sommi capi il mio giudizio: prima di tutto questa produzione drammatica non può dirsi tragedia, a stretto rigore di termine, e secondo le classiche tradizioni. Se gli antichi devono essere maestri, essi ci fecero vedere che ogni catastrofe che non finisca col ferro non ha diritto di vestire il coturno....

Siccome la maggior parte dell'uditorio non intendeva niente alle elucubrazioni dottrinarie del dottore, così le trovava sublimi. Per gl'idioti il sublime sta nell'ignoto. Egli continuava con sussiego magistrale:

— Il brando e il pugnale sono i soli arnesi degni degli eroi da tragedia, il veleno è cosa volgare, buono pei drammi prosaici dei teatri diurni. La tragedia vuol sangue!... sangue, non droghe!... Lucchino avvelenato fa la figura d'un marito babbeo vittima di un farmacista!...

Qui scoppiarono delle risa da varii punti della sala, il farmacista fremeva, la signora Pasquetta si dimenava sulla sedia come se fosse seduta sulle spine. Soddisfatto dell'effetto prodotto, il dottore sorrise alla sua volta, e poi riprese il discorso:

— L'intervento della farmacia mi guasta la tragedia, il decotto fa nausea, il tiranno colla colica diventa ridicolo.

Allora le risa ripresero con maggior forza di prima, e l'oratore dovette subire una lunga interruzione. Egli stesso cercava invano di frenare la ilarità che lo invadeva, e non riusciva che a singhiozzi interrotti.

Finalmente si giunse a ristabilire il silenzio ed egli riprese:

— Se il tiranno è un babbeo, suo fratello, l'arcivescovo Giovanni, lasciato in disparte negli affari di Stato, fa la figura d'un idiota!...