Qualche buon giornale ci teneva in comunicazione col resto del mondo, e ci convinceva sempre più coi fatti diversi che la società è piena di trappole e di miserie, che le gioie strepitose non valgono le gioie della vita tranquilla, che le ambizioni smodate costano care e sovente si risolvono in disinganni, che la vera felicità rifugge dalla folla, e si nasconde di preferenza in luoghi romiti.

Al Carnevale si rideva leggendo le relazioni dei baccanali popolari e delle feste ufficiali, ove la diplomazia banchettava, faceva brindisi e alzava le gambe in cadenza musicale al suono di violini, viole e violoncelli, nell'interesse dei popoli... i quali intanto correvano per le vie in maschera da pantaloni, meneghini, gianduie, stenterelli, brighelli, pulcinelli, arlecchini e pagliacci. I più moderati col naso posticcio, per ridere, e far ridere. E noi ridevamo infatti!... di pietà.

I bagordi carnevaleschi, colla ciurmaglia che li accompagna, ci passavano danzando davanti gli sguardi, come i ballerini sulla scena davanti il Re e la Regina. I racconti di quei sollazzi letti davanti il severo aspetto delle Alpi, in un villaggio silenzioso, coperto di neve, producono l'effetto preciso d'una relazione medica sull'alienazione mentale, colla descrizione di tutti i sintomi della demenza, e di tutte le stranezze dei matti.

Alla primavera mi fu dato d'ammirare gli effetti dei lavori autunnali colle prime foglie che produssero un cambiamento completo di scena. Al momento dei trapianti non avevo veduto che ramoscelli sfrondati; la bella stagione, vestendoli di foglie e fiori, trasformò il casino e il suo giardinetto in un piccolo Eden. Una bella glicine s'arrampicava sulla facciata e passando sotto i balconi del primo piano profumava l'appartamento col soave odore esalato da' suoi grappoli violetti. I peri del Giappone erano coperti di fiori rossi, le spiree e i citisi di fiori bianchi e gialli. Gli anemoni, i mughetti, le primule schiudevano i loro bottoncini ai tepori primaverili. Le rose spiegavano la pompa dei loro colori, la grazia delle forme, l'olezzo soave che imbalsamava l'aria. Ogni pianta prometteva i suoi doni di fiori e di frutti, il suo tributo di colori, di balsami, di aromi o di sapori squisiti. Tutto questo lusso della natura mi rendeva gradito il soggiorno della casa.

Dietro una siepe viva di biancospini e cotogni s'udiva chiocciare, stridere, squittire, pigolare. Avvicinandosi si vedeva una coorte di vaghi volatili, anitre, tacchini, galline e pulcini che razzolavano sul lettame, svolazzavano, beccavano e correvano allegramente, e un bel gallo a penne variopinte, baldanzoso colla cresta e i bargigli rubicondi, pareva che dominasse sugli altri, e di tratto in tratto dirizzava il collo e mandava un superbo cucurucù.

Un maiale grugniva nel porcile, e sporgendo la testa dal foro che s'apriva sulla mangiatoia, v'immergeva il grugno, e poi lo alzava coperto di crusca che sbocconcellava avidamente, disperdendone d'intorno con agitazione convulsa, come quello che avevo veduto al mio arrivo in casa Bruni. Dall'altra parte c'era l'orto dapprima pieno d'ortiche e cardi selvaggi, ora tirato a cordetta, colle sue aiuole ricche d'erbaggi e pulite dalle male erbe, colle piante sarchiate a dovere, diradate in ordine, circondato da spalliere di viti, fiancheggiate da orli di fragole in fiori. Infatti il regno animale e il vegetale gareggiavano per farci ghiotte promesse, e l'occhio si riposava dovunque sull'abbondanza d'ogni bene. Ma una più lieta sorpresa mi attendeva nelle intime confidenze domestiche. Un bel giorno l'Agata commossa mi annunziò che sentiva la suprema consolazione di divenir madre. Allora incominciò a prodigare le sue cure al corredo che stimava necessario al fortunato mortale, atteso tanto ansiosamente, come il necessario complemento della nostra felicità, e lavorava tutto il giorno in fascie e guanciali, in benduccie, camicine, gonnellini, bavagli e cuffiette a pizzi che era una vaghezza a vederli.

Poi comparve una bella culla imbottita, e posata sugli arcioni per poter cullare il bambino, e questo era un dono dei futuri nonni.

La regia posta apportò l'annunzio a mio zio che alla sua venuta troverebbe la triade domestica completa. Mi rispose subito cortesemente ch'egli intendeva gli venisse riservato il piacere d'essere il padrino, e così correvano lettere, timbri postali, e fattorini a motivo d'un individuo che non era ancora venuto al mondo, e che già esercitava un'influenza sociale ed economica. Non dico niente dei nostri pensieri!... sarà un maschio od una femmina?... qual nome dobbiamo dargli?... e si studiava sul lunario la lista dei santi. Poi si pensava all'educazione, agli studi universitari, alla carriera. Vorrà fare il medico, l'ingegnere, l'avvocato o il notaio?... Sarà sindaco, deputato, ministro?... era quasi ministro, e ancora non era comparso nel mondo!

Finalmente, un anno circa dopo le nozze, nasceva, non un maschio, ma la mia cara bimba, che il reverendissimo Monsignor Canonico Don Giuseppe Carletti teneva al sacro fonte battesimale, imponendole il nome di Giuseppina.

Tutti dicevano che era belloccia, a me pareva un angelo addirittura, e non mi saziava mai di guardarla, compiacendomi con mia moglie di tanta delizia.