Così fra il dolce e l'amaro, coi quali si compone la vita, passavano gli anni, e la nostra bimba era diventata una bella ragazzina, sapeva leggere, scrivere e far conti. Sua madre ed io andavamo a gara nell'istruirla, ma il pensiero di completare la sua educazione ci preoccupava gravemente. Non essendo possibile conservarla al villaggio ove mancano tutti i maestri, ci venne l'idea di collocarla nel collegio di Como, ove sua madre era stata educata con ottimo risultato. Mio suocero scrisse in proposito ad un suo corrispondente per nuove informazioni, e gli fu risposto che, essendo morta la vecchia direttrice, il collegio era caduto in discredito. Non bisognava più pensarci. Allora scrissi a mio zio canonico, il quale ci propose subito un eccellente istituto di Milano, diretto da una donna di molto senno e gran cuore. Di più egli si profferiva cordialmente di visitare spesso la fanciulla e di renderci esatto conto della sua salute e de' suoi progressi, e questo era per noi un argomento di gran valore. Ma l'idea d'una separazione ci spaventava: la Giuseppina era la nostra delizia, e si temeva che la vita rinchiusa la facesse ammalare. Essa era avvezza all'aria libera, e manifestava un continuo bisogno di agreste libertà. Nel breve tempo delle sue lezioni stava seduta per forza, e appena finito il còmpito correva dietro alle farfalle, seguita da Bitto, e spariva su per le colline, cantando allegramente le sue canzoni. Poi ritornava a casa ansante colle braccia piene di erbe e di fiori odorosi raccolti sui poggi. Sua madre la sgridava, essa rispondeva con baci che rasserenavano il volto materno. Ella era l'amore dei parenti, l'amica dei fanciulli, la provvidenza dei poveri, la vaghezza del villaggio. Il pensiero di allontanarla era sentito da tutti come una privazione comune. Tuttavia bisognava pensarci seriamente, aveva raggiunto i dieci anni e la sua bella intelligenza meritava un'accurata coltura; il nostro affetto era troppo indulgente, mancava dell'energia necessaria ad imbrigliare la sua eccessiva vivacità. L'interesse della nostra creatura c'imponeva il sacrifizio del cuore, e quindi si discusse lungamente la proposta dello zio. La troppa distanza dalla Valtellina veniva compensata dal valore dell'istituto, e dall'affettuosa oculatezza d'un parente di nostra piena fiducia. Ci siamo dunque decisi per Milano, e prese le opportune disposizioni, venne fissato il principio di novembre per condurla in collegio.
L'Agata ed io dovevamo accompagnarla, quando negli ultimi giorni d'ottobre mio suocero cadde gravemente ammalato. Avevamo deciso di ritardar la partenza, ma mio zio ci scriveva lettere sopra lettere, eccitandomi all'esattezza, osservando che la direttrice non intendeva transigere sui regolamenti del collegio, perchè la regolarità dell'istruzione non permetteva di ammettere nuove educande, oltrepassata la metà del novembre.
Il termine si avvicinava, e la malattia di mio suocero si andava aggravando; esso non gradiva che le cure della moglie e della figlia, la quale non poteva abbandonarlo. Bisognava dunque che io solo accompagnassi la Giuseppina a Milano; necessità non ha legge.
Una tale prospettiva conturbò fortemente il mio spirito, mettendomi in seria apprensione per le noie che mi sarebbero cagionate dalla gelosia di mia moglie. Infatti non m'ingannavo, ed essa incominciò colle solite insinuazioni a manifestarmi i più atroci sospetti. Che fare?... Io rinunziava di buon grado a tal viaggio. Agata lottava fra il desiderio di rimandarlo all'anno venturo, e il timore di privare sua figlia della necessaria istruzione; ma l'età della fanciulla esigeva una sorveglianza resa sempre più difficile dalla necessità che legava mia moglie al letto del padre infermo. Mio zio c'insinuava il sospetto che, oltrepassata l'età normale, nostra figlia non sarebbe più ammessa in collegio; ella stessa desiderava compiere il suo destino e dedicarsi interamente allo studio: perciò dopo mature considerazioni, secondando anche l'opinione espressa dai miei suoceri, venne finalmente deciso che la Giuseppina entrasse in collegio, e che io solo andassi ad accompagnarla. Mi dovetti rassegnare; ma qualche giorno prima della partenza i sospetti di mia moglie si accrebbero in modo tale da farmi perdere la pazienza. Tempestai pieno di sdegno per così insana ingiustizia: le parole che mi sfuggirono dall'irritazione della collera la persuasero maggiormente ch'io avessi cessato d'amarla, la mia indignazione per tale assurdità la riconfermava nel suo giudizio. Essa era profondamente convinta che la contessa Savina mi amasse ancora, e che io non saprei resistere alla minima seduzione; il mio racconto, troppo ingenuo e imprudente, l'aveva persuasa che quell'amore non fosse che semplicemente sospeso in causa di forze contrarie, come una pianta che ritarda la sua fioritura a motivo delle brine d'una primavera tardiva, ma che schiuderà i suoi bottoni nella stagione più avanzata, e non avrà minore profumo per aver sbocciato più tardi, sotto l'influsso d'una temperatura elevata. Essa mi sosteneva che il primo amore è il solo vero, sincero, durevole; lo diceva per prova, non avendo essa amato che me solo.
— Tu dunque non ammetti secondi amori?... — io le chiedeva.
— No... — mi rispondeva sospirando, — non sono che ripieghi....
— Allora perchè mi hai sposato?
— È stata forse una follìa... prodotta anche questa dal primo amore che ne fa tante!... forse sarà una disgrazia... perchè ti dichiaro che io non sono donna da sopravvivere a un tradimento!... pensaci bene!...
— Non hai dunque fiducia nella mia affezione... nel mio onore... nella mia onestà?...
— Tutte parole... che svaporano al soffio delle passioni!... più forti della volontà... specialmente per certi uomini... troppo leggieri!...