Giunse anche il giorno della partenza. Il povero nonno, accasciato dalla malattia nel suo letto di sofferenze, non poteva lasciarci partire, e si teneva la bimba stretta per mano, quasi avesse timore che le sfuggisse per sempre; voleva ancora un altro bacio, poi un altro, e ancora un saluto, e una carezza sui capelli, poi non potendo più reggere all'angoscia ricadde sull'origliere con un singhiozzo... e ci lasciò andare.
La nonna ci accompagnò in anticamera, ma sentendosi soffocare dall'emozione, baciò più volte la Giuseppina, la strinse al seno teneramente, e ritornò presso il malato. L'Agata aveva dimenticato i pericoli del marito per occuparsi intieramente della figlia che stava per lasciare. Quella separazione lacerava crudelmente il suo cuore, eppure si forzava di dissimulare il dolore per non aggravare quello della sua creatura, già troppo intenso. Sono momenti terribili, e chi si trova in condizioni tali da poterli evitare, fa benissimo a tenersi le figlie vicine, educandole in casa sotto la sorveglianza materna. In quanto poi a quelle madri che senza assoluta necessità mettono le loro figlie in collegio, per sollevarsi da un peso importuno, fanno ancora meglio; le figlie non possono che guadagnare nel cambio.
Dopo ripetute raccomandazioni, baci, amplessi e sospiri, l'Agata ci accompagnò sulla porta, e saliti nella vettura che ci aspettava da un pezzo siamo partiti, mentre tutti ci mandavano i più cordiali saluti coi cenni delle mani, e coi fazzoletti spiegati.
La gioventù si rassegna più facilmente dell'età matura, e l'aspetto dei paesaggi pittoreschi della Valtellina, e poi il panorama incantevole del lago di Como valsero a calmare nella bambina l'affanno provato per lasciare la madre, i nonni e il villaggio, e a distrarla dai suoi dolorosi pensieri.
Appoggiati al parapetto del battello a vapore, io le indicava i più bei siti delle due sponde, i paeselli pittoreschi e le splendide ville, e le facevo osservare col cannocchiale le note cime dei nostri monti lontani, già spruzzati del primo nevischio.
È cosa piacevole assai servire di guida ai fanciulli nelle loro prime escursioni, e specialmente ai propri figli; l'assistere alle continue sorprese che li colpisce, il rispondere alle ingenue domande, l'osservare l'intensità della loro ammirazione.
Alcuni viaggiatori stranieri, che entravano per la prima volta in Italia, arrestarono i loro sguardi con viva simpatia e somma benevolenza sulla vispa e svegliata ragazzina italiana, che davanti le opere stupende della natura e dell'arte manifestava tanto entusiasmo, con precoce intelletto del bello. Ed io andava superbo e soddisfatto che il primo successo di mia figlia facesse onore alla patria.
Giunti a Como, la condussi a visitare la città, poi ci siamo rimessi subito in viaggio. Quando vidi da lontano l'aguglia maggiore del Duomo di Milano, sentii dentro di me un rimescolamento di gioia e di paura. Godeva di rivedere alfine il mio paese, e mi pareva d'essere minacciato da un pericolo imminente. Erano circa dodici anni che non entravo nella diletta città, impedito dapprima da mio zio, poi da mia moglie, sospettando entrambi che io volessi scalare il cielo di nuovo. La mia insania giovanile li spaventava ancora, e per avere osato, come Prometeo, alzare gli occhi al fuoco celeste, ero condannato in perpetuo a restare incatenato ad un monte, e dilaniato il cuore da un avoltoio col becco a due mascelle taglienti: l'amore e la gelosia.
Entrammo in Milano sulla sera, quando i fattorini del gas accendevano i fanali. Il rumore delle carrozze, il movimento animato delle vie, lo splendore dei magazzini, l'eleganza delle donne, il suono degli organetti, mi allucinavano lo spirito. Mi pareva di destarmi da un lungo sonno, nel quale avessi sognato un matrimonio fra i monti e conosciuto dei personaggi fantastici, bizzarri, impossibili. La vettura ci trascinava attraverso quelle vie che mi ricordavano la gioventù e l'amore. Ogni signora che attraversava la strada mi sembrava la contessa Savina.... Le interpellanze di mia figlia mi richiamarono alla realtà, essa mi manifestava la sua ammirazione per quello spettacolo nuovo per lei, per quelle belle vie larghe e pulite, per quell'elegante brulichìo di gente ammodo, così diversa dai rustici montanari del villaggio.
Alfine giungemmo alla porta della casa di mio zio, e suonando il campanello, non potea frenare la mia curiosità, e diedi un'occhiata in isbieco al palazzo Brisnago. Tutte le gelosie erano chiuse.