Al suono della mia voce, Veronica mi corse incontro precipitosa, seguita da mio zio che mi aperse le braccia, fra le quali gettai la mia Giuseppina, che esso strinse al seno teneramente. Salite le scale, mi ricomparvero dinanzi quelle stanze piene di ricordi giovanili, riconobbi l'odore speciale di quei luoghi poco ventilati; quei mobili, quei quadri mi facevano l'effetto d'antiche conoscenze che sorridessero al mio ritorno. La Veronica non si saziava di contemplare la bambina e di accarezzarla:
— Come è bella... e grande... — essa ripeteva; — mi pare proprio impossibile che sia vostra figlia!
Mio zio mi chiedeva conto dell'Agata, della suocera, della malattia del signor Nicola, del parroco, del dottore, e di tutte le sue conoscenze.
La cena ci venne servita nel solito tinello, ove il canonico, durante il pranzo, soleva in altri tempi chiedermi conto de' miei studi pedagogici e delle mie occupazioni del giorno, quando io gli rispondeva di straforo, non potendo parlargli nè dell'amore, nè della tragedia. Dopo alcune ore di ciarle, di domande, risposte ed esclamazioni, ci siamo alzati da sedere per andare a letto. Mio zio si ritirò nella sua stanza, augurandoci un buon riposo.
Veronica mi annunziò che condurrebbe la Giuseppina nella bella camera vicina alla sua, e mettendomi in mano il lume acceso, mi disse:
— Voi non avete bisogno che v'insegni la vostra camera; felice notte, Daniele, dormite bene.
Diedi un bacio alla bimba, e ripetendo gli augurii di buona notte, mi ritirai alla mia volta.
Era nella modesta ma cara cameretta dello studente ch'io rientrava finalmente dopo lunga assenza, quando i varii casi della vita avevano fissato il mio destino in modo impreveduto. Chiusi la porta e m'arrestai alquanto sulla soglia, contemplando con mesto raccoglimento quell'asilo ove s'era ricoverata la mia gioventù; quella serra calda ove avevano fiorito i pensieri della mia primavera; poi ne feci il giro lentamente, come i divoti nei luoghi santi, guardando attentamente quelle pareti ch'io conosceva perfino nei minuti rilievi e nelle minime anfrattuosità, come un monaco la sua cella, come un prigioniero il suo carcere; e ne scoprivo ancora i segni tracciati colla matita, e gli spruzzi delle penne; indi osservai con pari interesse il letticciuolo de' miei sogni giovanili, il canapè dei sospiri, delle lagrime, delle illusioni, il tavolino di studio sul quale scartabellai tante carte, raccolsi tanti concetti, formulai tante idee, e ne riconobbi ancora le macchie d'inchiostro, rammentandomi gli accidenti che le produssero.
Sedetti e meditai lungamente, e ripensando al passato dimenticavo il presente, e gli oggetti che mi stavano sotto gli occhi mi facevano scomparire i lontani: la distanza offuscava la vista come la nebbia.
In Valtellina mi pareva di veder Milano nascosto dietro i monti, i laghi, le campagne, lontano, lontano, nell'ombre semibuie del vespero. Nella mia cameretta di Milano la Valtellina mi compariva alla sua volta sfumata in un'atmosfera brumale, come una catena di montagne grigie che si confondono colle nuvole in fondo d'un quadro.