Le lettere dello zio e della Giuseppina ci annunziavano la buona salute d'entrambi, e ci assicuravano dei progressi di nostra figlia.
Ogni anno facevamo una gita a Milano per visitare la nostra bambina; ma la corsa era così rapida e piena d'occupazioni, che non mi lasciava il tempo d'arrestarmi davanti le finestre del palazzo Brisnago... cosicchè il bacio della contessa Savina restava sempre iscritto a suo debito senza ch'io pensassi più a reclamarlo.
Intanto gli anni passavano, e quantunque il cuore si conservasse sempre giovane, tuttavia i capelli bianchi che spuntavano, e le rughe che mi solcavano la fronte, sembravano un buon antidoto contro la gelosia: infatti mia moglie aveva deposti i sospetti, e non mi parlava più della mia contessa.
Dico deposti, non spenti, chè guai se, prevedendo il futuro, taluno le avesse detto: — Verrà un giorno nel quale il debito contratto alla finestra del palazzo Brisnago sarà pareggiato... il bacio verrà restituito a vostro marito dalla contessa Savina! — Guai!... Guai!... Eppure doveva essere così.... Ma chi può prevedere il futuro?!
L'educazione di nostra figlia era finita, e stavamo facendo i preparativi per recarci a Milano a levarla dal collegio, quando una lettera pressante venne a precipitare il nostro viaggio. Eravamo minacciati da una nuova disgrazia. Il nostro medico di Milano mi scriveva che mio zio era stato colpito da un accidente apoplettico, e che lasciava poche speranze. Giunti ad una certa età, siamo sorpresi sovente da così dolorose notizie. È la generazione antecedente che cade negli abissi dell'eternità e ci scopre le sponde del precipizio. Invitati a raccogliere gli estremi aneliti dei nostri cari, i battelli a vapore e le ferrovie ci sembrano lenti, e pur troppo noi siamo giunti a Milano troppo tardi. Al nostro arrivo la Veronica ci accolse singhiozzando, col triste annunzio della morte del povero zio.
Interrotta dalle lagrime, essa ci faceva l'elogio del suo padrone, e conchiudeva dicendomi:
— È morto esattamente, come ha vissuto, avendo chiusi gli occhi al sonno eterno all'ora precisa che li chiudeva ogni sera per dormire una notte!...
Il capitolo della cattedrale l'onorò di solenni funerali ed io gli feci collocare sulla tomba una lapide che ricorda il suo nome e le sue virtù; ma non potevo consolarmi di non esser giunto in tempo di chiudere gli occhi al mio benefattore, del quale conserverò fin che vivo la più grata ed affettuosa memoria.
Nominato erede universale, col solo obbligo d'una pensione vitalizia alla Veronica, anche questa volta mi sono trovato più ricco di quanto poteva supporre. Il buon vecchio metteva a mutuo i suoi risparmi a benefizio del nipote, e ne aveva raccolto un bel gruzzolo.
Il denaro capita quasi sempre quando non se ne ha bisogno. In gioventù, col cervello pieno di sogni e col cuore riboccante di desiderii, io avevo le tasche vuote. Quando l'età matura venne a consigliarmi la sobrietà in ogni cosa, mi son trovato a nuotare nell'abbondanza. È una delle tante ironie della vita!