Dopo la morte del povero zio avendo fatta uscire di collegio la Giuseppina, ci siamo decisi di passare l'inverno a Milano per regolare i diversi interessi della successione. Mia suocera si rassegnò ad attenderci in Valtellina, avendo potuto ottenere che una lontana parente andasse a tenerle compagnia durante la nostra assenza.

La Veronica, quantunque potesse vivere indipendente colla sua pensione, desiderò rimanere con noi, e così ci siamo accomodati nella casa ereditata, mia moglie ed io nella stanza dello zio, e nostra figlia nella mia cameretta di studente.

La natura aveva prodigato i suoi doni alla nostra ragazza; ell'era leggiadra di forme, e vispa come uno spiritello. Aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri, e la candida pelle di sua madre, ma il tipo s'era perfezionato e raddolcito, presentando i lineamenti d'un antico cameo. In quanto ai doni morali, mostrava molta intelligenza, e l'umore un po' bizzarro e gioviale del babbo, con qualche reminiscenza degli impeti del nonno.

Le modiste e le sarte di Milano, con arte elegante, ne avevano fatto spiccare le grazie native della persona, mettendo in rilievo le forme agili e snelle. Il bruno delle vesti dava gran risalto alla delicatezza del volto ed una certa gravità all'aspetto giovanile.

Dovunque si andasse, il suo passaggio attirava la simpatia e l'ammirazione, e l'Agata ed io ne andavamo superbi.

Abbiamo passato l'inverno mestamente, occupandoci degli affari, visitando i monumenti della città, e facendo lunghe passeggiate. Il vuoto lasciato nella casa dalla morte del povero zio mi aveva prodotto una profonda tristezza, e fatto dimenticare intieramente la contessa Savina. Mia moglie, partecipando al mio lutto, aveva abbandonato le ubbie sospettose, e fidente nella mia onestà, mi lasciava tranquillo. Tutti gli affetti s'erano concentrati sull'unica figlia, che colla sua vivacità giovanile leniva le nostre afflizioni. Avevamo adottato delle usanze urbane regolari e casalinghe, ma quando gli aliti primaverili ci apportarono gli effluvi delle prime violette, ci si ridestò il desiderio dei monti. Oramai io era avvezzo da tanti anni a respirare l'aria libera della campagna, che a lungo andare i muri della città mi opprimevano: poi le memorie, le abitudini, gli affari ci creano bisogni ai quali non è facile sottrarsi.

Mia moglie assai più di me anelava al ritorno, desiderosa di riabbracciare la vecchia madre che ci aspettava ansiosamente, di rivedere i fiori, gli alberi e gli animali che reclamavano le sue cure, e di rimettersi alle occupazioni domestiche, alle quali doveva iniziare la figlia. Aggiungasi che, sbrigati gli affari pressanti, s'incominciava a sentire la noia della vita disoccupata, che ci spingeva al ritorno; ma la Giuseppina ci tirava in lungo con sempre nuovi progetti. Un giorno voleva ritornare alle gallerie di Brera, un'altra volta desiderava rivedere il Museo, o risalire sul Duomo o rivisitare qualche chiesa, o passeggiare in piazza Castello fino all'Arco della Pace, o fare il giro dei bastioni.

Il nostro affetto ci portava alle concessioni, eravamo felici di sacrificarci per contentarla e si diventava schiavi de' suoi capricci.

Talvolta, sorpreso da domande di nuove dilazioni, le chiedevo con impazienza:

— Come mai non desideri ancora di rivedere il tuo paese?... e la buona nonna che ti aspetta con tanta impazienza per stringerti finalmente al seno?...