— Non si porta più!... — rispondeva mia figlia, con sentenza assoluta ed inappellabile.

Tutto il circolo femmineo che la stava ascoltando la guardava con ammirazione. Così i giovani impongono ai vecchi i nuovi usi e costumi, e portano dal collegio alla casa ed alla società nuove idee che modificano le arti e le industrie, e producono rivoluzioni politiche, letterarie ed artistiche, le quali sconvolgono il mondo con nuovi sistemi, nuove poesie, o nuove giubbe, secondo la forza degl'innovatori. Peccato che le cose recenti non sieno sempre migliori delle antiche; ma bisogna tacere, altrimenti dicono che si diventa vecchi.

Intanto che mia figlia si occupava delle frivolezze della moda, io andava mulinando le cose serie pensando come sarebbe finita la faccenda della finestra; e mia moglie, come al solito, accumulava sospetti sopra timori, calcolando tutte le conseguenze d'una passione rinchiusa nel cuore d'una fanciulla; prevedendo che un'idea fissa le avrebbe fatto perdere delle buone occasioni di matrimonio, condannandola ad accettare più tardi un partito qualunque, per non restare zitella.

Agata rievocava lo spettro della mia gioventù, vedendo che mia figlia mi somigliava nelle mie inclinazioni fantastiche, e negli amori vaporosi e perfino nelle ambizioni sfrenate; io le avevo avute per la tragedia del medio evo, essa le aveva ancora per la commedia... della moda.

Io mi forzavo dimostrarle, che le conseguenze dei miei errori giovanili non furono poi disastrose, e non mi avevano impedito di diventare buon marito e buon padre, e abbastanza felice, per quanto lo consenta l'umano destino... e la turbolenza femminea.

Si rabboniva, dovendo confessare che non ero una cattiva pasta, che dopo il matrimonio la mia condotta fu sempre regolare ed incensurabile; ma non poteva dimenticare la fatale influenza di quella finestra sulla nostra famiglia.

Infatti quella finestra coi nuovi amori ci dava sempre dei pensieri smaniosi. Che fare?... Dobbiamo distrarre l'innamorata con un viaggio od attendere? interpellarla o tacere?... e dopo lunghe discussioni intorno al partito da prendersi, si restava sempre nell'incertezza.

Eravamo in questi termini, quando una mattina il procaccino mi consegnò una lettera col timbro di Milano, e con soprascritta di carattere ignoto. L'apro, corro con l'occhio alla firma, e leggo — Savina Brisnago di Montegaldo!...

Essendo la prima volta che mi venivano alla mano i suoi caratteri, non è da sorprendersi se un'emozione indefinibile mi corse per le vene, e per qualche istante me ne rese impossibile la lettura.

Finalmente ho potuto scorrere la lettera da capo a fondo. La contessa, coi modi più garbati, mi chiedeva la mano di Giuseppina pel conte Saverio suo figlio.