— Sei contenta, — le domandai, — se mandando alla contessa la nostra adesione, invitiamo lo sposo a sollecitare la sua venuta?
— Non occorre, — mi rispose, — perchè è qui da varii giorni.
— Poffare del mondo! — esclamai... — io non sono di questo secolo!
Il conte Saverio era infatti al villaggio, accomodato alla meno peggio all'osteria, aspettando la lettera di sua madre e il nostro consenso. Durante il giorno si teneva nascosto, riservandosi di confabulare colla sua bella al chiaro di luna, quando tutto il villaggio dormiva. Al segnale convenuto Giuseppina apriva pian piano le persiane della sua cameretta, e si affacciava alla finestra, Saverio era lì che l'aspettava, e passavano lunghe ore, egli in mezzo alla strada, ed essa al balcone, facendo la serenata colle armonie del cuore, e trovando sempre nuove variazioni sullo stesso motivo.
Dopo ricevuta la lettera della contessa, e udita la narrazione di mia figlia, andai io stesso a liberare Saverio dalla sua prigione, e gli apersi le porte di casa. Mia moglie e mia suocera lo accolsero come un figlio. Egli non ebbe parimente a lodarsi di Bitto, che lo ricevette come un ladro, abbaiando furiosamente, e minacciandolo se avesse osato avanzare. L'intervento della promessa sposa calmò i furori del cane, che anche questa volta dovette rassegnarsi alla volontà della sua amica; ma non lo fece però senza malcontento, continuando a ringhiare per qualche tempo sotto al tavolo, e guardando di cattivo occhio colui che ci veniva a rapire il tesoro più prezioso della casa.
Io mi ritirai per rispondere alla contessa Savina, che onorati altamente della sua domanda, ci eravamo affrettati di accogliere il conte Saverio come un figliuolo, lieti di affidargli la felicità di nostra figlia; e proseguivo con rispettose espressioni, che mi venivano suggerite dalla circostanza. Scrissi quattro pagine e mi recai a sottoporle al giudizio di mia moglie.
Leggendo attentamente la lettera, essa dimenava la testa in segno di disapprovazione, dicendomi: — Questa frase ha un doppio senso... questa è un'evidente allusione al passato... questa espressione è troppo sentimentale... l'altra è poco rispettosa. — Trovava altre frasi che non erano assolutamente necessarie, nè convenienti, nè del caso. Perciò, finite le amputazioni, non restavano che poche righe e la firma. Dovetti passare due ore con l'Agata, pesando tutte le parole, e credo che nessun diplomatico al mondo avrà ponderato un dispaccio che decideva dei destini d'una nazione con precauzioni maggiori di quelle che vennero usate da mia moglie per accettare una semplice domanda di matrimonio.
Pochi mesi dopo si celebrarono le nozze, e gli sposi partirono il giorno stesso per fare un viaggetto in Toscana.
Non racconto la storia del distacco per non rinnovarne il dolore. Agata ne fu ammalata parecchi giorni, e non poteva riaversi, e da quel momento incominciò a coltivare l'idea di abbandonare il villaggio, e di fissare la nostra dimora a Milano per vivere presso la figlia. Ma due gravi ostacoli si opponevano alla esecuzione di tal disegno: l'età avanzata di mia suocera, che non avrebbe abbandonato senza pericolo le vecchie abitudini, e un fondo persistente di gelosia, che la consigliava di tenermi sempre lontano dalla contessa Savina.
Sei mesi dopo il matrimonio gli sposi vennero a farci visita, e dieci mesi appresso l'Agata riceveva una lettera di Giuseppina che la pregava di recarsi a Milano per assistere al suo primo parto. Essendo la stagione del taglio dei boschi, mi era impossibile di abbandonare il paese; perciò mi limitai ad accompagnare mia moglie fino a Como, ove mio genero l'aspettava per condurla a Milano. Io ritornai in Valtellina e la settimana seguente ricevetti il lieto annunzio che nostra figlia aveva dato alla luce felicemente una bambina, e che la neonata e la puerpera godevano una perfetta salute. Mia moglie ritornò a casa pochi giorni dopo, e dandomi buone notizie della nuova famiglia, mi raccontò le cortesi accoglienze ricevute dalla contessa Savina, la quale, — aggiungeva mia moglie, — malgrado gli anni è sempre una bella donna! e così dicendo si mordeva il labbro inferiore e mi fissava con due occhi scintillanti, che indicavano chiaramente i sospetti della gelosia risvegliati alla vista d'una bellezza che, quantunque matura, non escludeva il pericolo. Oramai ero avvezzo alla sua cecità, e non tentavo nemmeno di guarirla, proponendomi il solo scopo di fuggire tutte le occasioni che potessero aggiungere esca a quel fuoco.