Giunsi a Milano a notte avanzata, triste e pensieroso, tanto mi crucciava trovarmi costretto all'intimità della contessa Savina. Ma questa volta non potevo fuggire.

La Veronica, che mi aspettava, m'aveva apparecchiata la mia cameretta ed allestita la cena; mi sentivo stanco, era troppo tardi per recarmi in casa Brisnago; andai dunque subito a letto, rimettendo la visita all'indomani. Ho dormito inquieto, agitato, con sogni paurosi; m'alzai al mattino colla testa pesante, e le idee confuse.

Apersi la finestra quando le imposte del palazzo Brisnago erano ancora chiuse, e mi sedetti davanti al tavolino per prendere varie note intorno ai miei affari. Ma quella benedetta camera era così pregna di memorie giovanili, che mi faceva dimenticare il presente, respingendo tutti i miei pensieri al passato.

La mia mente era ritornata, mio malgrado, ai bei giorni della gioventù, ai primi sogni d'amore, quando entrò la Veronica, dicendomi che aveva già fatto annunziare il mio arrivo in casa Brisnago. Mi versò nella tazza il caffè che aveva apportato, e mentre io lo andavo sorseggiando col pensiero sempre fisso al passato, essa guardava fuori dalla fatale finestra. Tutto d'un tratto vedo che si volta rapidamente e mi dice:

— Venite... presto... la contessa Savina vi manda un bacio!...

Mi è caduta la tazza dalle mani, le forze mi mancarono per alzarmi.

— Mio Dio!... che cosa avete?... — mi chiese ansiosamente la Veronica.

— Lasciatemi tranquillo... è un'indisposizione che passerà subito... — il cuore mi batteva, la testa mi girava, vedevo tutto buio....

Veronica mi offriva dell'acqua... io la respinsi.

— Non è nulla! — balbettai... — incomincio a rimettermi... — e poco dopo mi alzai macchinalmente.