— Il falegname ha portato l'ultima polizza, — mi disse la Rosa quando sedetti a mensa. — Anche il calzolaio voleva consegnarle questa nota, ma non ho voluto disturbarla. Tobia l'organista m'ha detto che i maestri sono come i santi apostoli.... bisogna lasciarli in pace, che si preparino ad insegnare agli altri.... Va bene di sale?

— Benissimo, benissimo.... ma dov'è Bitto?...

— Bitto?... Ah! se sapesse come ho avuto paura di perderlo. Si figuri che non si poteva trovarlo. Ma dopo averlo cercato in tutto il villaggio finalmente l'ho trovato.

— Ove l'avete trovato?

— In casa Bruni, si sa; mentre il maestro studiava, egli si è ricordato che era l'ora del pranzo in casa Bruni, e vedendo che qui il fuoco era ancora spento, è andato a chiedere da pranzo alla signora Agata. Essa mi ha detto: — lasciatelo qui fin che ha mangiato, povera bestia, mi vuol bene, si ricorda di me, gliene sono grata, e non posso rimandarlo a digiuno. Bisognava vedere come la guardava, che feste, che scodinzoli; pareva che intendesse le sue parole, e gli dicesse: — vi ringrazio.

Poco dopo ecco Bitto che ritorna a casa contento, abbaiando e saltandomi addosso come se volesse rendermi conto de' fatti suoi.

Da quel giorno prese il suo partito, andando regolarmente a pranzo in casa Bruni, colla scrupolosa esattezza che metteva mio zio canonico per andare a vespero. Io era destinato ad avere sempre sotto gli occhi l'esempio dell'ordine, dagli uomini o dalle bestie, senza approfittarne. Dopo pranzo Bitto se ne tornava a casa, a fare la sua guardia alla porta, e guai se qualcuno s'avvicinava. Egli dapprima abbaiava francamente, poi incominciava a latrare, e finiva con un certo ringhio che metteva tutti in riguardo. La mia voce lo calmava. Egli lasciava passare i visitatori che venivano invitati ad entrare, ma non permetteva che nessuno entrasse senza essere invitato.

Quando andavo al passeggio mi accompagnava, e se ero diretto a casa Bruni lo indovinava a mezza strada, giungeva prima di me, e mi aspettava sulla porta; alla notte dormiva sempre ai piedi del mio letto: alla mattina divideva la mia colazione, ma ripartiva regolarmente pel pranzo, e pareva che mi volesse dire: — la mia fedele amicizia non ti sarà troppo a carico, povero maestro; tu pensi che il cuore non può contenere che un amore solo, io ti mostrerò che l'amicizia è meno esigente, e può vivere benissimo in compagnia.

Appena presa residenza stabile in paese, il signor Nicola mi condusse a fare le visite di dovere alle autorità municipali, che dimoravano nel capoluogo del comune, a poche miglia dalla nostra frazione. Tutti mi accolsero cortesemente, e mi venne consegnato l'atto di nomina a maestro, già deliberato dal Consiglio Comunale fino dai primi giorni del mio arrivo.

Durando tuttora le vacanze mi misi a lavorare assiduamente intorno alla mia tragedia. Nel rileggere le pagine scritte a Milano, trovai necessarie alcune correzioni e di rifare introducendo nuovi incidenti e nuove scene. Fuggivo l'imitazione servile, volevo riuscire poeta originale, i personaggi d'Alfieri mi parevano convenzionali, io sentiva il bisogno di studiare l'uomo dal vero, ma temevo di non trovare in un piccolo villaggio di Valtellina i modelli necessari alle mie scene del medio evo. Tuttavia, pensando che il cuore umano è sempre lo stesso malgrado la diversità dei tempi, mi decisi di studiare le umane passioni nei soggetti che mi stavano intorno tenendo conto delle proporzioni. La distanza era immensa, formidabile! ma l'anatomico che studia l'uomo sul cadavere mi pareva in condizioni peggiori di me. Difatti due uomini vivi, anche distanti di qualche secolo, devono rassomigliarsi fra loro assai più d'un uomo vivo ad un cadavere. I tempi modificano le passioni, ma la morte le annulla addirittura. Il morto non è più che un misero avanzo inanimato dell'uomo. Dall'uomo vivo al cadavere la distanza è assai maggiore di quella che passa fra Giacobbe che inganna suo padre colle pelli d'agnello, e sor Isacchetto, mercante d'abiti fatti, che inganna il suo avventore.