Tali considerazioni mi spinsero a far conoscenza coi maggiorenti del villaggio, che visitai e ricevetti in casa, coll'interesse d'un professore di storia naturale che si circonda d'ogni sorta d'animali necessari a' suoi studii. Io studiava attentamente i miei interlocutori, scrutavo la loro indole, le loro inclinazioni, analizzavo minutamente i loro istinti, la depravazione, i vizii delle loro nature, e li classificavo esattamente, secondo un sistema adottato per mia istruzione. Ogni individuo che manifestasse delle tendenze virtuose o perverse corrispondenti ad un personaggio della mia tragedia, riceveva il suo nome relativo e veniva sottoposto ad attento esame.
Assorto nell'intensità della mia osservazione, è naturale che io rispondessi talvolta sbadatamente alle loro frivole cicalate, e ciò mi valse la riputazione d'uomo superficiale, leggiero e distratto; ma invece, mentre mi credevano colla testa in aria, io era entrato nel loro cervello e nel loro cuore. Con questo sistema penetrante pervenni a trovare nel villaggio tutti i modelli viventi dei miei personaggi.
Il signor Marco Canziani mi servì di modello pel Lucchino Visconti, e offrì tratti magnifici al mio marito tiranno. La signora Pasquetta, moglie del dottore, divenne un'Isabella Fieschi impareggiabile. Essa amava segretamente Ugolino Gonzaga, parte rappresentata al naturale dal giovane farmacista signor Gaspare Zapolini. I caratteri degli amanti, le loro ansietà, l'ardore dei loro sguardi, le insidie tese al marito, le inquietudini della donna colpevole, le aspirazioni impazienti del seduttore, si presentavano alla mia osservazione nelle varie circostanze che mi mettevano in presenza de' miei modelli. La loro ingenuità me li abbandonava in piena balìa; ben lontani dal sospettare il particolare interesse della mia inchiesta, essi non avevano altra mira che fuggire i pericoli che li minacciavano direttamente, e così, schivando il marito, cadevano nelle braccia del tragico. Il povero don Vincenzo Liserio, studiato a rovescio, divenne Giovanni Visconti arcivescovo di Milano. Il signor Nicola Bruni, che si trova spesso in opposizione col medico, specialmente nelle gravi disquisizioni del tarocco ove cercava di sbancarlo, conveniva benissimo coll'indole del congiurato Francesco Pusterla. Ma il più bello di tutti era il mio vicino Tobia, piccolo possidente, ma grande filosofo ed organista. Egli passava in paese per una lingua malefica, un maldicente velenoso, ma per me era un perfetto modello di ghibellino, sempre in lotta col parroco, colla camarilla, coi seguaci, pronto a battere in breccia la canonica, il campanile, la sacrestia e tutti i ridotti del clero. Egli s'incarnava a meraviglia nel mio Uguccione della Fagiuola, e mi si mostrava, senza sospetto, un tipo originale e degno di figurare fra i migliori della tragedia. Aveva il portamento bellicoso, quando ritto della persona teneva le braccia a semicerchio, e alzando la testa in segno di provocazione, faceva far la ruota al randello, mosso dalle sue mani scarne e nodose. Capelli radi, sopraccigli incrociati, orecchie larghe e staccate in alto presentavano i segni caratteristici del suo volto. Aveva il naso lungo e diritto come un dardo, le labbra tumide, le guancie scarne, i zigomi spiccati, la barba rasa. La sua parola era sentenziosa, i suoi movimenti rapidi, decisivi, taglienti; e l'occhio iniettato di sangue gli rendeva lo sguardo feroce.
È certo che ci voleva un grande sforzo d'immaginazione a trasformare il cappello a cilindro diritto, lungo, a tese strette, rosso, spelato, unto, contuso di Tobia coll'elmetto a piume di Uguccione; la giubba corta e i larghi calzoni di fustagno dell'organista colla corazza, i cosciali e le gambiere del guerriero, ma le vesti non sono che la scorza dell'uomo, ed io trovava sotto quelle spoglie miserande un magnifico Uguccione della Fagiuola, con un'anima piena d'ardori velenosi, e d'odio profondo pel partito avverso.
Così io m'ero formato un medio evo artificiale e travestito nel quale vivevo, studiando e meditando le umane passioni e traendone ispirazioni al mio lavoro. Era una specie di carnevalone di Milano trasportato in Valtellina per mio uso e consumo, che mi rendeva il clima meno uggioso, mentre se ne avvantaggiavano i miei studi sull'uomo, e i versi della mia tragedia.
La scuola comunale era collocata a piccola distanza dalla mia casa. Io l'aveva aperta all'epoca indicata dal regolamento, e mi vi recavo esattamente ogni mattina. Poco prima di mezzogiorno, Bitto passava per andare a pranzo a casa Bruni, e al suo passaggio gli scolari si apparecchiavano alla partenza; alla comparsa del maestro si aprivano le lezioni, a quella del cane si chiudevano; il comune era servito a meraviglia da due individui, e non ne pagava che uno solo.
Io rientrava in casa, pranzavo, facevo un giro pel paese fumando un sigaro, poi mi chiudevo nel mio studio per raccogliere le ispirazioni, prender nota, e architettare i versi della tragedia. Passavo la sera in casa Bruni o alla farmacia, e scoprivo sempre dalle mie osservazioni che le medesime passioni agitavano gli uomini, cambiando forma ed importanza, ma restando sempre eguali nel fondo.
Dall'epoca della mia tragedia ai nostri giorni erano passati circa cinque secoli, e mutata anche la scena dalla città di Milano ad un piccolo villaggio della Valtellina, io trovava gli stessi uomini.
Però uomini e passioni erano ridotti a dose omeopatica. L'amante Ugolino Gonzaga, invece di correre le giostre colla lancia in resta, imbrandiva tranquillamente la spatola e faceva pillole; ma il suo amore colpevole aveva le stesse tendenze, le medesime astuzie, gli eguali ardori. Il Duca di Milano faceva il medico condotto, ma cavava sangue e denaro dai suoi soggetti, e condannava a morte gl'innocenti, come nel medio evo. La natura tollerante dell'arcivescovo Giovanni trovava il suo riscontro nella rassegnazione di Don Vincenzo Liserio, che cedeva ai fabbricieri il diritto d'amministrare la parrocchia, limitando la sua autorità alle cose ecclesiastiche. Uguccione della Fagiuola, abbandonato il suono dell'armi, si contentava di quello dell'organo, ma continuava la guerra ai guelfi, e li feriva colla lingua.
Pusterla congiurava sempre contro Lucchino celando accuratamente le spade, i bastoni, le coppe e i denari che dovevano abbatterlo. L'autorità del potere era contrastata da mille insidie, e minacciata da impreveduti stratagemmi che concentravano tutta l'attenzione del tiranno. Uguccione della Fagiuola sosteneva i ghibellini, l'Arcivescovo secondava il fratello; la lotta dei partiti era accanita, e il tarocco contrastato fino all'ultima carta. Frattanto Ugolino Gonzaga, approfittando dell'ardore della mischia, si allontanava dal campo, chiudeva lentamente la porta del suo laboratorio farmaceutico, e correva sotto ai balconi d'Isabella Fieschi!... Io lo seguiva da lontano con prudenza: e lo udivo confabulare colla sua bella: