Il dottore, barcollante come un naviglio che sta per affondare, mi faceva veramente pietà. Lo piantai sulla strada, in quella posizione disastrosa, e ritornando sui miei passi rientrai in casa; dissi alla Rosa che un urgente affare mi obbligava a partire sul momento, che non sapevo quando sarei ritornato, e camminando rapidamente, per non rispondere alle sue inquiete interrogazioni, sempre in preda d'una grande esaltazione, mi misi a correre pel villaggio, seguito dal cane, e presi un sentiero che s'inerpicava sui monti.
Gli uomini m'erano venuti in uggia, le donne in odio, la società mi faceva paura, io correva in cima alle Alpi colla speranza di trovare una tribù d'orsi fra i quali potessi eleggere domicilio, e vivere in pace e libertà. Il silenzio e la solitudine delle montagne erano i soli farmachi convenienti ai miei mali. L'Alpe è opportuna a tutte le vittime umane, ai rejetti ed ai profughi, ai derelitti che piangono, agli innamorati nell'abbandono, che cercano delle scene corrispondenti all'immensità dei loro dolori. Lo spettacolo che presentano i secoli accumulati davanti i grandi fenomeni geologici rende più tollerabile ogni affanno mortale, i disinganni della politica, dell'ambizione, dell'amore, l'ingratitudine della patria e dell'innamorata. In cima delle montagne anche i molluschi diventano fossili, il tempo e l'alito delle ghiacciaie possono forse pietrificare anche il cuore. Così pensando io vagava per le cime deserte, cercando la mia tribù degli orsi per diventare selvaggio. Non trovai che pastori, i quali, pascolando gli armenti come gli antichi patriarchi, viveano in solitudine e in contemplazione davanti le opere più sublimi della natura. Mi sedetti con loro, guardando in silenzio l'orizzonte lontano che si perdeva nella nebbia, e si confondeva col cielo. La natura parla un linguaggio che calma l'anima esagitata, e consola gl'infelici con sublimi ispirazioni.
L'acre sentore delle piante alpine sembra assopire i dolori morali, come i loro succhi sanano le ferite.
Vagai lungamente in quei deserti col mio povero Bitto, riposandomi all'ombra aromatica dei boschi, dormendo sulle foglie secche, assopito dal suono monotono delle cascate, risvegliato dal fischio acuto degli uccelli di rapina, cibandomi di latte e pane inferigno nelle capanne dei pastori. Ma l'uomo non è fatto per vivere lungamente ramingando nella solitudine; la società lo reclama, il suo destino lo condanna a lottare co' suoi simili, ad impiegare le sue forze per il bene comune. Tali saggie riflessioni mi vennero suggerite dalla cura debilitante del latte, che raccomando caldamente a tutti i giovani innamorati senza speranze.
Ritornai a casa, sfinito dalla fatica e dalla fame; gli innamorati che hanno perduto l'appetito possono tentare una salita sul Monviso o sul Monte Rosa con molta probabilità di riacquistarlo.
Appena rientrato in casa, la fantesca mi disse che il farmacista, venuto per parlarmi, era ritornato più volte per sapere se fossi di ritorno, mostrando gran bisogno di vedermi il più presto possibile, e dichiarando che mi aspettava con impazienza.
Ma io mi trovava nell'assoluta necessità di rimettere le forze esauste con qualche alimento sostanzioso: ordinai alla Rosa di farmi da pranzo, e rimisi ad altro momento la visita alla farmacia. Dopo pranzo sentii il bisogno d'un liquido corroborante, che in casa mi faceva difetto, e andai a cercarlo dove sapevo che i bevitori più intelligenti del paese lo trovavano eccellente. Mi rammentavo benissimo che anche a Como avevo trovato un valido conforto ai miei affanni amorosi nel fondo d'una bottiglia; e volli ritentarne la prova.
Aprendo la porta dell'oscura osteria, i fumi del vino e del tabacco mi resero esitante, e sarei retrocesso se la voce rauca d'Uguccione Della Fagiuola non avesse pronunciato il mio nome con accento di sorpresa.
— Oh!... oh!... avanti, avanti, caro maestro... non abbia paura.... il dottore non è qui.... egli sfugge questi luoghi tenebrosi.... venga avanti, l'asilo è sicuro....
E tutti ridevano in coro.