Era già notte avanzata quando fui lasciato solo, e mi restavano poche ore per giungere al momento fissato di trovarci sul terreno.
Mi gettai vestito sul letto pensando ai casi miei e confesso ingenuamente d'aver passato una pessima notte. Il matrimonio della contessa Savina era la causa di tutte le mie disgrazie. Essa aveva spente le mie illusioni giovanili, aveva acceso il mio furore, m'aveva tolto il senno, e forse mi toglieva la vita!... Che cosa ero venuto a fare a questo mondo io?... Ad amare una fanciulla alla distanza di venti metri, per poi fuggirla senza ragione, e vedermela rapire senza giustizia... e poi morire per mano d'un medico!... Questa seconda parte la trovavo abbastanza regolare, e non mi sorprendeva punto.... Ma la prima parte mi pareva incompleta... evidentemente vi mancava qualche cosa.... Ah! se almeno avessi ottenuto quel bacio!... quel bacio e morire... la mia vita non mi sarebbe sembrata incompleta!
Facendo il mio esame di coscienza come un moribondo, trovavo dapprima che avrei potuto impiegare meglio il tempo, e forse se non avessi incominciato a vivere con una chimera, ora non arrischierei di morire per una imprudenza. Poi, scendendo sempre più profondamente nella mia anima, vi trovava dei misteri... sentivo che la gioventù, l'amore della vita, malgrado i disinganni e i dolori, mi tenevano ancora avvinghiato alla terra. La vita mi appariva sotto un nuovo aspetto al momento di perderla; e mi pareva che non fosse tanto atroce, da lasciarla per sempre senza rimpianto. Era forse viltà?... era paura?... non lo so; ma scrutando attentamente nelle più profonde latebre del mio cuore, vi trovava di peggio, vi trovava del fango!... Sicuro, del fango!.. un desiderio colpevole che serpeggiava in quegl'imi recessi della vita!... — La contessa Savina non è morta... io pensava... fin che vive non ho perduta ogni probabilità di rivederla.... Rivedendola... ed essa rivedendomi... forse... chi sa!... Chi può prevedere i casi della vita?... Dunque un atomo di speranza agitava ancora il mio cuore; una speranza colpevole, la speranza d'un bacio! ecco il fango! era una speranza quasi impercettibile, come un infusorio... ma era viva!...
La morte vicina mi produceva l'effetto d'una lente, m'ingrandiva gli oggetti... la speranza si allargava, si moveva, diventava visibile!... il fango fermentava, come le materie palustri, e mi dava la febbre!...
La natura umana è fatta così; e non sono io che l'ho fatta!...
La morte soltanto distrugge ogni speranza d'amore... e forse nemmeno la morte la distrugge interamente.
L'amore appartiene alla tribù degli antropofagi... che si mangiano fra di loro. La morte raffredda, ma non distrugge l'antropofago; la distruzione ha luogo soltanto quando l'antropofago vivo divora l'antropofago morto: allora solamente non resta più nulla... tutto è finito.
Divagavo fra gli antropofagi quando la luce del crepuscolo venne a richiamarmi alla dura realtà. Apersi la finestra, l'aria imbalsamata del mattino entrò nella mia stanza, la natura si risvegliava dal suo letargo e rivolgeva un sorriso al cielo sereno. Il capinero cantava sul biancospino fiorito, le nuove foglioline degli alberi appena sbocciate oscillavano alla brezza mattutina e lucevano al sole. La vita mi sembrava bella... e bisognava apparecchiarsi a lasciarla... nella primavera della vita e dell'anno.
Rivolsi un pensiero affettuoso a mio zio canonico, e un altro pensiero non meno tenero a Bitto. Perchè nascondere la verità? Ho avuto delle stranezze, ma non sono mai stato un ipocrita: dico sempre quello che sento. Non mi vergogno d'aver amato un canonico... nè un cane. Entrambi mi diedero prove d'affetto, ed io sento riconoscenza eguale per chiunque mi fa del bene. Se taluno pretende che si devono distinguere gli uomini dalle bestie, mi provi che i primi furono sempre superiori alle seconde. Intanto, io che ho trovato molte volte la bestia superiore all'uomo, li metto insieme, e credo di non far torto a nessuno.
Deciso di morire onorato, diedi un addio alla vita, e non pensai più che a finirla con una morte dignitosa. Volli pulirmi e pettinarmi come un uomo che va ad una festa, e uscito tranquillamente di casa mi recai al luogo fissato. Poco dopo vidi comparire Tobia accompagnato dal signor Nicola Bruni, seguiti a piccola distanza dal farmacista e dal suo praticante. Mi sorprese alquanto la presenza del signor Nicola, che non mi sembrava uomo adatto a simili affari; ma l'impreveduto non succede che nel nostro cervello, perchè tutto quello che succede di fatto doveva naturalmente succedere.