Io giuocavo e bevevo gran parte della notte; le perdite al giuoco mi animavano a raddoppiare le partite, e il vino mi eccitava la sete. Uguccione della Fagiuola colle carte, e l'oste col conto mi pelavano penna a penna, come si farebbe d'un pollo. Io era sempre pronto ad essere spiumato da tutti e due; giuocavo come una ruota, bevevo come una spugna, ed alla notte soffiavo come un mantice.

Una sera giuocando e bevendo, bevendo e giuocando, ho perduto tutto il denaro che doveva bastarmi per vivere un mese; poi non avendo più denaro, e volendo prendere la rivincita, ho perduto l'orologio, poi la giubba, poi la cravatta... poi il cervello e le gambe, e sono andato a finirla sotto al tavolo!...

Dopo un sonno profondo mi svegliai indolenzito, ammaccato, scapigliato, sconcio, colla testa pesante e la borsa leggiera, in maniche di camicia.

Ero sotto il tavolo, all'oscuro, dimentico d'ogni cosa, sbalordito.

Chiamai la Rosa. Bitto venne a leccarmi il volto con affezione inquieta, e pareva che volesse parlarmi. Non sapevo ove fossi, strepitai tanto che finalmente vidi comparire l'oste in mutande e pantofole, con un fanale in mano.

— Ha chiamato, signor maestro?

— Altro che chiamato!...

— Ebbene come va?

— Ma!.. mi pare che la vada malissimo... che non potrebbe andar peggio. Ditemi un po' che cosa faccio qui in questo arnese... e in questo letto un po' duro, ma a padiglione?

— Eh, quando si ha un buon sonno si dorme da per tutto.