La povera moglie ci raccontò allora le lunghe sofferenze di suo marito. Egli era partito con profondo rammarico dal suo tugurio, ove lasciava quanto aveva di più caro sulla terra: la vecchia madre, la moglie, tre bambini che gli saltellavano intorno, sempre allegri e contenti, e volevano seguirlo dappertutto. La bambina, la sua delizia, lo accompagnava sul monte nella stagione della falciatura del fieno, e s'addormentava all'ombra. Egli la coricava sulla sua giubba e le copriva il volto col fazzoletto per ripararla dagli insetti. Alla sera se la portava a casa in braccio, contenti tutti e due. Lasciare tali abitudini, tanti affetti di famiglia, e andar ramingo in lontani paesi gli tornava amaro, doloroso, straziante. Ma mancava il lavoro, e quindi il pane per tutti. Partì col cuore lacerato quando cadevano le foglie e la cattiva stagione s'avvicinava a gran passi. Una mattina, preso sulle spalle un piccolo fardello, baciò la madre e i bambini e seguito dalla moglie uscì dalla sua capanna, ove avrebbe vissuto felice se avesse potuto vivere. La sua donna lo accompagnò fin fuori della valle, parlando dei loro interessi. Ma quando non vide più la sua dimora, fu inquieto e la rimandò. Si lasciarono con un cenno del capo e della mano, senza poter proferire una parola, nè l'uno nè l'altra: il dolore li strozzava.
Durante l'inverno quei tapini rimasti alla capanna, quasi sepolti sotto la neve, ricevettero qualche soccorso dall'estero. Il cursore comunale portava le lettere, e la povera donna sfidando le intemperie scendeva dal monte, trovava il danaro assicurato alla posta, faceva le sue provviste al capoluogo, e rimontava lentamente colla neve fino al ginocchio, e le spalle cariche della gerla piena. Ma sapeva almeno che il marito stava bene e pensava a loro, e li sosteneva lontani; i bimbi l'aspettavano sulla porta, battevano le mani all'arrivo di lei, facevano mille feste alla comparsa di tante buone cose che portava, e la nonna riceveva il tabacco e il pane, e tutti avevano da vivere in pace aspettando la buona stagione. La solitudine, l'isolamento, il freddo in mezzo a quei monti ricoperti di neve non ispaventavano quella povera famiglia quando aveva della farina e del sale, del formaggio e del latte. Il giorno, se brillava il sole in un cielo sereno, i bambini giocavano sulla neve, vi facevano banchi, grotte, edifizi fantastici, e quando imperversava la bufera, si raccoglievano colle donne intorno al focolare, rannicchiati sotto la cappa del camino, come i pulcini sotto la chioccia. Abbruciavano i rami odorosi dell'abete e del ginepro, cuocevano le patate sotto la cenere, la fiamma viva li compensava del sole assente, il gorgogliare della pentola li consolava dei sibili del vento, e i vortici del fumo erano a loro meno molesti delle pungenti ambizioni che agitano la società. Nè trovavano verun motivo di lamentare la loro sorte, e non si sarebbero mai immaginati che a questo mondo si possa desiderare di più!...
Alla sera si mettevano tutti in ginocchio, e dicevano le orazioni tutti in comune. Pregavano per la famiglia, per gli assenti, i viandanti, gli emigrati, gli infermi, ed invocavano la salute e le benedizioni del cielo, e si raccomandavano alla divina Provvidenza che li proteggesse in questa vita mortale, rendendoli degni di meritare nella vita eterna il compenso delle sofferte afflizioni. Dicevano requiem pei morti, e ringraziavano il padre che sta nei cieli del pane quotidiano, lo pregavano di perdonare i loro peccati, di difenderli dalle tentazioni, di liberarli dal male. Poi indirizzandosi alla Madonna la supplicavano della grazia di rivedere presto il loro padre, il marito, il figliuolo, in buona salute... e intanto che il Signore lo benedica e difenda dalle disgrazie. E si coricavano tranquilli, pieni di fede, di speranza, di carità.
Finalmente venne la primavera, sempre gradita a tutti, ma specialmente a chi ha vissuto sei mesi sotto la neve. I geli si disciolsero ai tiepidi raggi del sole, e ricomparvero le foglie sugli alberi, e il verde tappeto sui pascoli. Coll'arrivo delle rondini la madre di famiglia attendeva il ritorno del marito assente, e molte volte al giorno gettava un'occhiata sulla strada maestra, per vedere se da lontano si vedesse comparire qualche viandante. I bambini pure aspettavano il babbo, e si ripromettevano dei ghiotti bocconi, coi quali avrebbero celebrato il sospirato ritorno. La nonna seduta al sole guardava parimente la strada, aspettava e pregava tutto il giorno per lui. Ma le rondini libravano il volo da lunghi giorni sulla valle cacciando gl'insetti, i nuovi nidi erano già costruiti, le fronde s'addensavano, l'erba e il frumento crescevano rigogliosi.... e l'emigrato non compariva. E non solo non si vedeva di ritorno, ma non giungevano più nè lettere, nè danaro. I primi giorni che oltrepassarono il termine supposto al rimpatrio si cercò d'ingannare l'ansietà dell'aspettativa con argomenti immaginari. Un lavoro impreveduto, un ritardo prodotto da necessità insuperabili, strade cattive, tempi perversi, combinazioni che succedono in viaggio. Ma mentre crescevano le inquietudini mancavano i viveri.
Fortunatamente nacque un capriolo, che venne portato al mercato, onde si cambiò il danaro negli oggetti più necessari. Poi anche queste piccole provvigioni si esaurirono, quantunque misurate a rigore, appena da non morire di fame. Bisognava contentarsi d'un po' di polenta senza sale, bagnata nel latte di capra. Pazienza anche questo, se almeno il cuore fosse stato contento, ma l'amarezza profonda che dilaniava le viscere delle povere donne condiva colle lagrime lo scarso alimento.
Alla fine giunse una lettera, scritta da un compagno di sventura, la quale annunziava che il loro diletto languiva in uno spedale della Germania. Le fatiche di un intenso lavoro, il clima incostante, le privazioni imposte dalla necessità di assicurare il vitto all'amata famigliuola, avevano stremate le forze dell'infelice, caduto vittima del suo coraggio. La ripugnanza d'entrare allo spedale gli aveva fatto consumare nei primordi della malattia tutti i suoi risparmi. Affranto dal male, e mancante d'ogni mezzo dovette rassegnarsi ad entrare all'ospizio. Così passarono due mesi d'incertezza, di terrori, di patimenti aggravati dal patema d'animo che l'opprimeva.
Tali notizie gettarono nella desolazione le povere donne. — Forse non lo vedremo mai più!... fu il loro primo pensiero, al quale s'aggiunse il secondo: — Lontano, povero e infermo, e non abbiamo nessuna probabilità di raggiungerlo, di mandargli dei soccorsi, di prodigargli la nostra affettuosa assistenza!... noi qui nella miseria, egli più misero di noi in mani straniere!... Morirà di crepacuore, e l'agonia non sarà consolata da un solo sguardo dei suoi cari. Le donne pensavano queste cose, e la moglie ce le raccontò come le fu possibile, col linguaggio del cuore.
In tale frangente bisognava pensare ai bambini che avevano fame, bisognava ingegnarsi in qualche modo, e lavorare coll'anima lacerata dal dolore e col corpo affranto dagli affanni, dalle veglie, dai patimenti d'ogni fatta.
La misera donna raccoglieva della legna secca nei boschi, col pericolo d'essere arrestata dai guardiani e condotta in prigione, poi la portava da lontano sulle spalle attraversando burroni e precipizii, coi piedi insanguinati dai frammenti delle roccie. Venduta la sua fascina, riportava un po' di pane alla famiglia per incominciare da capo all'indomani le stesse tribolazioni.
Quanti stenti, quanta miseria, e quanti dolori!... Nelle città non si hanno idee di tali patimenti umani.... E quella povera famiglia si prostrava a terra, ogni sera, per ringraziare Iddio d'averla fatta campare, offrendo le sue pene, le angoscie e la fame in espiazione dei peccati. E supplicava tutti i santi di muoversi a pietà di tante sventure. I tre bambini pregavano colle manine giunte e gli occhi rivolti al cielo come la madre e la nonna, perchè il dolore si sente a tutte le età; esso fa maggiorenni i pupilli prima del tempo legale.