Cercai ogni argomento possibile per giustificare tale esaltazione, ma era troppo tardi. Mio zio aveva aperto gli occhi, e mi leggeva nel cuore; io non dovevo più sperare sulle sue prestazioni per farmi ritornare a Milano. Tutto era perduto!... Io conoscevo troppo gli scrupoli di mio zio per poter dubitare un solo istante della sua risoluzione. Certo egli mi condannava all'esilio perpetuo per salvarmi dai pericoli, e per non portare sulla coscienza il rimorso d'aver contribuito a facilitare un amore colpevole.

Io non potevo più contare che sopra me stesso, e il pensiero della infelicità di colei che mi stava fissa nel cuore mi dava tanto coraggio da tentare la mia emancipazione, ad ogni costo, senza il soccorso di nessuno. Quando si è giovani ed innamorati tutto sembra facile; guardando alla meta lontana non si prevedono gli ostacoli, l'amore è cosa troppo elevata e sublime per occuparsi del denaro necessario ad ogni impresa; e dopo pranzo, collo stomaco soddisfatto, non si pensa che bisogna desinare ogni giorno.

Ho passato una notte d'inferno, raggirandomi smanioso nel letto senza trovare riposo. Io vedevo la contessa Savina infelice, derelitta, immersa nelle lagrime, e pensavo al modo di vendicarla, di consolarla. La nostra santa affezione, inspirata dalla naturale simpatia, ci avrebbe resi felici in tutte le condizioni della vita. Le ricchezze erano la prima cagione della sua infelicità, come la miseria era il solo ostacolo che mi tenesse lontano da lei. Se fossi ricco! io pensavo, andrei a stabilirmi a Milano, troverei una finestra dirimpetto al palazzo Montegaldo, e un bel giorno le comparirei davanti come al tempo felice che dalla casa di mio zio stavo in adorazione davanti al palazzo Brisnago. Ma cambiate le circostanze, e avendo imparato dall'esperienza a che giovi l'amor platonico, questa volta il nostro amore prenderebbe un'altro indirizzo... questa volta, se non rispondesse al primo bacio, non vorrei disertare dal posto senza aver tentato il secondo.... e il terzo.... e il quarto.... ed avrei parole e mezzi per ottenere sicuro il bacio della contessa Savina, quel bacio che certo non vorrebbe negarmi, del quale io prelibo la voluttà.... come l'Arabo assetato fra le aride sabbie del deserto quando pensa alla fresca fontana dell'oasi.

Con tali pensieri m'addormentai verso il mattino; all'ora che il crepuscolo apporta un po' di calma a chi ha passato la notte agitata. Dapprima divagai in sonni confusi, poi mi parve di vedere chiaramente la contessa Savina ad una finestra bassa d'un palazzo in una strada deserta. Io la contemplavo assorto in estasi, quando mi fe' cenno d'avvicinarmi. Giunto sotto al balcone, le mandai un lungo bacio amoroso. Essa mi guardò con un mesto sorriso e scomparve. Io rimasi estatico al mio posto, non so quanto tempo, senza perdere la speranza di rivederla.

Essa ricomparve, vestita di bianco, pallida, come una fidanzata che aspetta lo sposo per recarsi alla cerimonia nuziale. Io congiunsi le mani in atto di preghiera, essa mi guardava fisso, e pareva che mi dicesse: t'aspetto.

Le feci cenno che sarei ritornato, e andai non so dove a prendere una scala di corda. La scala aveva da un lato due ganci, che gettai sul balcone. La contessa Savina non si prestò, nè si oppose; essa aspettava sempre pallida e immobile. Io tremavo come una foglia, la scala era assicurata, ed io incominciai a salire. Ad ogni scalino che mi avvicinava al balcone distinguevo più chiaramente i lineamenti della contessa. I suoi occhi leggiadri mi guardavano con affettuosa espressione, le sue labbra si atteggiavano ad un mesto sorriso.... ed io salivo sempre. Le giunsi tanto vicino che vidi il suo seno agitato dai moti violenti del cuore... stavo per afferrare la meta, quando d'un tratto si ruppe la corda ed io precipitai nella strada.

Il colpo violento mi risvegliò. Volli dormire nuovamente per riprendere il filo del sogno.... impossibile!... Perfino il sonno si rifiutava alla mia felicità!...

M'alzai conturbato. Mio zio, vedendomi sofferente, s'accorse che avevo passata una cattiva notte.

— Povero Daniele!... — mi disse con affezione, — tu pensi sempre alla contessa Savina!...

— Nemmeno in sogno!... — gli risposi, temendo quasi che potesse scoprire i misteri della notte, e soggiunsi: — Tutto è finito.