Il racconto di mio zio, che mi svelò l'infelicità di quel matrimonio e le condizioni funeste che amareggiavano l'esistenza della sposa, mi fece l'effetto delle meteore d'aprile, che si risolvono in pioggia feconda, e risvegliano la natura. Sentii il sangue scorrermi più rapido nelle vene, agitando le mie speranze che rigermogliavano ai tepori del cuore.... Confesso che tali speranze erano colpevoli; secondo i principii sociali, la società condanna ogni violazione della proprietà; ma se la legge esaminasse a fondo i titoli d'ogni diritto, scoprirebbe sovente che esso ha per base l'usurpazione fraudolenta, l'inganno od il furto. Io premeditavo di rubare al ladro l'oggetto involato, e la natura m'avrebbe assolto, perchè essa riconosce soltanto il diritto di reciproco consenso, libero da ogni pressione sociale.
Meno male per la società che ci stava di mezzo un canonico, deciso di difendere ad ogni costo i diritti ecclesiastici e civili riconoscendo la legalità dei fatti compiuti.... e tanto peggio per me!...
Mentre con tali argomenti io andava fantasticando in balìa del più sfrenato idealismo, mio zio, in preda del più crudo realismo, si cavava le calze rosse, spogliava le vesti sinodali ed anche quelle che vi stanno sotto, e libero d'ogni indumento ecclesiastico e civile, ridotto in costume adamitico, entrava in un bagno d'acqua minerale di Bormio. Così, deplorando altamente le mie inclinazioni naturali e volendomi schiavo dei doveri sociali, egli abbandonava ogni scrupolo, deponeva le sacre vesti sacerdotali e ritornava in seno della natura per riacquistare la perduta salute.
Ma è lecito invocare le Najadi e non Cupido!... Realismo incompleto.... Mio zio tuffandosi nelle onde salutari colla voluttà d'un pagano, restava teologo per congiurare contro un povero nipote, giudicandolo gravemente affetto da un male clandestino dei più perniciosi, condannandolo ad espiare colla deportazione colpe non perpetrate, e facendo dipendere un'intiera esistenza da un amore tacito, ignoto, inoffensivo, innocente!
Tale era mio zio!... inflessibile come il destino, uomo eccellente nel fondo, ma canonico fino al midollo!...
Al suo ritorno dai bagni mi significò il decreto d'esilio da Milano, e il domicilio coatto in Valtellina. Nessun ragionamento, nessuna promessa valsero a smuoverlo dal suo crudele proposito. Era una sentenza inappellabile. A questa condizione soltanto mi assicurò del suo affetto e della sua protezione, minacciandomi di completo abbandono qualora avessi osato emanciparmi.
In tale circostanza ho imparato a conoscere la libertà. Essa venne definita in maniere diverse; io offro la mia definizione per quello che può valere.
Eccola: — La libertà è un filtro composto d'oro e salute. Con tal filtro, l'uomo è libero in qualunque paese del mondo, senza questo filtro può credere di esser libero, ma tenta invano di muoversi. Taluno grida, si agita, combatte e rovescia un governo dispotico per conquistare la libertà, poi dopo di aver fondata la repubblica, mancando d'oro o di salute si trova più schiavo di prima. Che cosa deve fare allora?... La sola cosa possibile: abbassare il capo e rassegnarsi al destino! È quello che ho fatto io stesso, non potendo fare altrimenti.
Mio zio, volendo in qualche modo ricompensare la mia obbedienza, mi regalò una piccola somma per far fronte ai bisogni del verno vicino, colla quale ho potuto pagare i miei debiti, vestirmi, e comperare un orologio migliore di quello che avevo perduto al giuoco nella notte memorabile che Bacco mi precipitò nelle braccia di Morfeo, senza concedermi il tempo di raggiungere il letto.
E il buon canonico accompagnò il dono con un predicozzo, che mi trovava favorevolmente disposto dall'argomento dell'esordio.