Ogni giorno riprendendo i pennelli e la tavolozza trovava qualche difficoltà per rimettersi al lavoro, tanto l'abitudine dell'ozio è difficile a lasciarsi vincere, guardava fuori dalla finestra gli uccelli marini che svolazzavano sulle acque, poi si stirava le membra, sbadigliava, osservava il quadro in distanza, ma la presenza della modella che aspettava un suo cenno per mettersi al posto, lo scoteva dall'inerzia, e si sedeva davanti al cavalletto. Allora continuava materialmente il lavoro, ma col pensiero rivolto a Silvia tornava a rimuginare il progetto della fuga, ne prevedeva le peripezie, e sfidando audacemente i pericoli incorsi si compiaceva immensamente dell'esito finale dell'avventura.

Intanto il quadro andava avanti, e l'artista incominciava a sentire le intime soddisfazioni dell'opera avanzata, delle vinte difficoltà, dei mirabili effetti ottenuti, e si compiaceva nel contemplare quelle arie naturali dei volti, quelle movenze spontanee, e l'insieme armonioso dei vari gruppi. Quando usciva un'ora a prender aria non si allontanava molto da casa, ma girava in quegli estremi confini della città, ove nessun rumore distraeva il suo spirito, e l'aspetto della laguna lo teneva nel soggetto del quadro.

Beppo approfittava delle corte assenze di Valdrigo per introdurre in casa gli amici e mostrare il dipinto ai vicini. Le comarelle della calle entravano chete chete, coi gondolieri della riva, i facchini e i fanciulli. Collocati davanti alla tela, la loro ammirazione non aveva confini, e le loro esclamazioni di sorpresa rallegravano Beppo in tal modo, che sembrava che il pittore fosse lui, ed era tanto superbo di vedersi esattamente riprodotto sulla tela che non sapeva frenare il suo giubilo. — Guardate, egli diceva, guardate Tita Bosi e Nane Orada che tirano la corda, dite se non sono vivi e parlanti?... e quell'altro lo conoscete?... e accennava al suo ritratto; e tutti rispondevano in coro: guarda Beppo, guarda Toni, guarda Nane.... e la Maddalena, e la nonna Marta.... e quella cesta, e quelle reti! oh che bellezza, oh che meraviglia, oh che bravura! — poi uscivano ad uno ad uno lodando il lavoro, e congratulandosi con Beppo e colle donne. La Maddalena godeva in suo cuore del trionfo dell'artista, e ansiosa aspettava il termine dell'opera colla speranza di udire gli applausi di tutta Venezia in favore dell'uomo che stimava.... ed amava.

Valdrigo ignorando le visite clandestine dei suoi ammiratori non sapeva spiegarsi le straordinarie sberrettate, e le profonde riverenze che da qualche giorno gli venivano prodigate dai vicini. Il popolo d'allora, avvezzo a rispettare ogni superiorità, aveva il buon senso di onorare specialmente le qualità personali, e di tenerle come un giusto titolo alla stima del pubblico; e la stessa aristocrazia rendeva giustizia al merito, e vantava fra le glorie della patria gli artefici insigni che l'avevano illustrata colle loro opere.

Un giorno, di quelli che s'erano fatti più rari, ma che non erano intieramente scomparsi dalla esistenza del pittore, Valdrigo si sentì un irresistibile bisogno di far niente.

La ragione voleva ritenerlo al lavoro, il capriccio resisteva, e cercava pretesti per vincere.

Una voce arcana gli ripeteva: — Sta in guardia!... Un passo sul declivio, e il fondo t'inghiotte! — Un'altra voce soggiungeva: — Il riposo è necessario all'uomo, esso rimonta le forze, e giova al lavoro — infatti il capriccio sosteneva che la ragione aveva torto; La ragione soccombette alla lotta, perchè lo spirito d'inerzia si era alleato un desiderio d'amore; Valdrigo sentiva un'altra voce che con irresistibile attrattiva lo chiamava da lontano, e gli diceva: — Vieni ad ispirarti davanti al santuario che rinchiude la tua divinità, l'aspetto di quelle mura infonderà nuove fiamme al tuo genio! — Chi avrebbe resistito a quella voce?... Rimandò i suoi modelli, e preso il cappello se ne andò fantasticando per la strada, e cercando lo scioglimento d'un problema che gli tornava importuno allo spirito: — Se Silvia, egli pensava fra sè, fosse un giorno costretta dalla spietata severità de' suoi parenti di vestire l'abito monacale, è evidente che nel giorno della fuga non potrebbe conservare quelle vesti, che renderebbero ardua e pericolosa l'impresa!... Quale sarebbe il modo più opportuno per evitare questo ostacolo?...

E cercando uno stratagemma plausibile camminava attraverso il labirinto delle calli che conducono in Piazza, da ove pensava indirizzare i suoi passi verso i balconi del palazzo Orseolo, da qualche tempo non visti. Giunto sotto la torre dell'orologio la gente s'era accalcata davanti una bottega di caffè, e impediva il passaggio. La curiosità è contagiosa, ed egli divenuto curioso fra i curiosi, si spinse avanti per iscoprire l'oggetto della pubblica attenzione. Alcune carte stampate pendevano alle invetriate della bottega, e sovra d'esse gli parve di vedere il nome di Silvia, ma una nube gli offuscava la vista, e il sangue gli montava dal cuore al cervello con tale rapidità che non fu in caso di leggere più oltre. Fattosi animo alquanto, e facendosi largo fra la folla, giunse alfine davanti alle carte e vide una serie di sonetti e canzoni, che portavano la seguente intestazione: — Per le inclite nozze della nobile donzella Silvia degli Orseolo, con sua Eccellenza il nobile signor conte Alberto Leoni.

Una fiamma repentina gli tolse la vista, lo colse un capogiro, e barcollando come un briaco uscì da quella folla, ad uno pestando i piedi, ad un altro lasciando andare i gomiti nello stomaco, urtando e rovesciando ogni cosa che gli si parasse d'innanzi, e gesticolando per la strada scomparve, sollevando dietro a sè i lamenti delle sue vittime che lo guardavano fuggire indispettite e sorprese, come chi s'imbatte a caso in un matto. Ristabilito l'ordine nella folla, i curiosi continuarono a deliziarsi nella lettura dei versi di Don Lio il quale celebrava le auspicate nozze mettendo a contribuzione il Parnaso, e facendo nuove vittime fra le stanche Muse, il vecchio Apollo, il decrepito Imeneo, e gli altri suoi martiri dell'Olimpo.

XXI.