I celebri Maury e Lally Tollendal sfogavano le loro collere contro la rivoluzione francese, mentre un giovane visconte rovinato dalla confisca, cercava di consolare le noje dell'esiglio facendo la corte alle gentildonne di Venezia, colla speranza che il prestigio delle sue sventure politiche lo attirasse nella via delle buone fortune galanti. Ma la sua ignoranza della lingua italiana e dei costumi veneziani, lo rendeva un personaggio ridicolo, e l'Isabella con prudenti consigli lo compensava dei disinganni d'amore.

Crussol e Polignac consolavano colle loro promesse di prossime vittorie la elegante marchesa De Groslier, amica calunniata della regina Maria-Antonietta, cantata da Voltaire, il quale conquiso dallo spirito di lei, le offerse di appropriarsi quell'oggetto della sua dimora di Ferney, che meglio le piacesse, ed essa scelse e conservò la penna dell'illustre filosofo. Era poetessa ammirata in Francia e pittrice distinta, Canova la chiamò il Raffaello dei fiori. Sedeva fra i suoi compatriotti il marchese di Maisonfort, vero tipo dell'emigrato francese, dice Valéry, per la sua indolenza, per la leggerezza dei costumi, e l'Isabella colla sua naturale benevolenza lo giudicava «un francese di Luigi XIV, per la preziosa gentilezza ed urbanità, per la vivezza e la rapidità delle idee, dotto senza intolleranza, ingegnoso senza artifizio, fornito di squisitissimo gusto; pel cui animo affettuosissimo, era vera morte l'indifferenza, vita l'amore»[24]. Rimarchevole fra gli originali era D'Hancarville «con parrucca in testa per forma e per colore bizzarra, con tabarro rovescio indosso e tutto cadente da un lato, con curva schiena e passo frettoloso....»[25] Ignorava il suo secolo, e viveva nel passato che conosceva a meraviglia. Prodigo ed affabile nella goduta opulenza, era sobrio ed altero nella povertà. Antiquario, pubblicò opere erudite; sibarita diede alla luce un libro osceno.

Il commendatore di Châteauneuf, costantemente distratto da sembrare stupido, era invece dotto e studioso. Avido di lodi, queste non gli sembravano mai esagerate. Spingeva la sua mania di declamare la tragedia fino a rendersi ridicolo. Un giorno sorpreso a gesticolare fra due porte, gli fu chiesto se si sentisse male: — non è niente, rispose, mi agito per ispirarmi.

Il cavaliere Vivante-Denon, gentiluomo ordinario di camera di Luigi XV e Luigi XVI, perseguitato come aristocratico in Francia, emigrò a Venezia ove venne perseguitato come giacobino[26]. Diplomatico, artista, letterato «ameno e felice parlatore sempre vero e naturale» l'Isabella comparandolo a Voltaire al quale rassomigliava, trovava comune ai due francesi «lo spirito, la vivacità, il movimento e quel non so che di malizioso nello sguardo che tanto si teme e che pur tanto piace[27]

Ma lasciando nell'ombra i meno illustri stranieri, passiamo agli italiani. Fra i primi apparisce la curiosa persona d'Ippolito Pindemonte. Ora poeta «acceso d'estro Febeo» ora macchina di regolari ed invariabili abitudini. Viaggiatore e misantropo, platonicamente innamorato della saggia Isabella. «Non mai scompagnato da lieto e soavissimo sorriso, il suo metodo di vita è così inalterabilmente uniforme, che non si sa bene distinguere, dice l'Albrizzi[28], s'egli siasi fatto schiavo del tempo, o se abbia reso il tempo schiavo di sè.» Ascoltava attentamente un discorso interessante, ma sul più bello della narrazione, udendo scoccare l'ora da lui preventivamente fissata alla partenza, si levava ed usciva, abbandonando ad un tratto il narratore, sbalordito ed offeso. La cortese Isabella lo scusava dicendo: — «Egli va a dipingersi»[29], volendo dire che andava a scrivere i suoi versi, dai quali traspariva chiaramente la sua indole mite e indolente. Reduce da lunghi viaggi in Italia, Francia, Inghilterra e Germania, scrisse un lungo carme per burlarsi dei viaggiatori, e persuadere la gente a non uscire di casa propria. Egli ingenuamente confessa che «il desiderio delle cose lontane, il tedio delle vicine e la vaghezza di raccontare un dì sul patrio fiume le meraviglie viste, lo condusse fuori de' suoi colli e gli fece varcare i monti nevosi. «Ahi! quale errore!...» egli esclama, e faceva giuramento ai suoi colli romiti, alle brune foreste, alle argentee fonti, di non più partire. Ardeva incendio di guerra per tutto, l'Europa si destava dal lungo torpore, i popoli gridavano all'armi! all'armi! ed egli ritiravasi «nelle valli segrete, nei taciti boschi, fra i suoi riposi e gli ozii tranquilli, fra i buoni agricoltori e l'innocente popolo degli augelletti e degli armenti, e in compagnia delle celesti muse a vivere una vita secura, erma, pensosa, e sparsa di pensieri melanconici»[30]. Però quando egli era in vena di raccontare, rammentava le memorie delle sue peregrinazioni, il silenzio dominava la sala, e tutti pendevano dal suo labbro gentile. Essendo vissuto a Parigi famigliare all'Alfieri, egli narrava gli strani capricci e gli slanci intemperanti del famoso Astigiano, e l'affabile bontà della sua nobile amica Luisa Stolberg contessa d'Albany, che gli raddolciva l'animo amareggiato e sapeva farsi amare teneramente da quell'anima fiera. Il molle e verecondo Ippolito correggeva talvolta gli scritti ardenti e robusti del tragico, il quale poi presentava il suo censore ai conoscenti, dicendo: — «Ecco la mia lavandaja»[31].

Ippolito raccontava motteggiando come lo scrittore che tanto in prosa che in verso declamò contro la tirannide, avesse poi fraintesa la rivoluzione che si proponeva di abbatterla proclamando i diritti dell'uomo. Quel movimento che doveva rovesciare tanti troni e sconvolgere l'Europa, Alfieri lo chiamava «una tragica farsa»[32] e si andava lamentando che «gli operai della tipografia del Didot consumavano le intere giornate a leggere gazzette e a far leggi, invece di occuparsi a comporre, correggere e tirare le dovute stampe delle sue tragedie»[33]. Irritato abbandonava gli studi e correva in Inghilterra a comperare cavalli, e ne comperava quattordici, perchè avendo scritto quattordici tragedie, calcolava d'aver guadagnato un cavallo per ciascheduna[34]. Ben inteso guadagnato moralmente, che del resto pagava colle rendite delle sue terre i cavalli e le stampe, perchè col ricavato dei suoi lavori letterari non avrebbe potuto pagare un asino, vogliasi pure vecchio, ombroso e restio. — L'Isabella lo diceva «una divinità corrucciata, nel cui cuore ogni passione diventa tempesta, divenuto atrabiliare e furioso a colpa del secolo, come uomo condannato a vivere fra le serpi e le tigri»[35].

Quando il discorso cadeva sugli illustri italiani che vivevano a Parigi, il Denon si metteva a parlare di Goldoni che aveva conosciuto alla corte di Versaglia. Un altro originale!... che avea paura del calore all'inverno e del freddo all'estate[36], e che mettendosi a letto componeva un dizionario del dialetto veneziano «per dormir facilmente.» Del resto le principesse amavano la bonarietà del loro maestro d'italiano, e dopo d'averlo retribuito largamente, gl'insegnavano anche il francese per giunta.

Goldoni le faceva leggere i classici italiani, prosatori o poeti, egli balbettava una cattiva traduzione, le principesse la correggevano con grazia ed eleganza, e il maestro imparava più che non poteva insegnare[37]. Quando dava la sua lezione a madama Elisabetta, sorella del re, Goldoni le faceva leggere le sue commedie. La principessa, una dama d'onore e una dama di compagnia, recitavano la parte delle donne, Goldoni la parte degli uomini e ridevano di cuore[38].

In quell'epoca il Delfino essendo costantemente indisposto, questa disgrazia unita ai meriti dell'autore delle trentadue disgrazie d'Arlecchino, gli valse il favore d'essere alloggiato nella reale dimora di Versaglia nella stanza dell'ostetrico, i cui servizi diventavano inutili.

Colà Goldoni compose una cantata italiana che posta in musica venne eseguila dalle sue reali scolare. La delfina suonava il clavicembalo, madama Adelaide accompagnava col violino, madamigella Hardy cantava; Goldoni ricevette i complimenti di tutta la corte, e quella sera il Delfino cantò davanti al poeta italiano Il pellegrino al Sepolcro.