Qualche tempo dopo quella lieta serata il delfino moriva a Fontainebleau, la delfina non tardava a seguirlo nella tomba, il resto della famiglia reale finì sul patibolo o vagò ramingando per l'Europa!... — Il povero poeta italiano morì negletto e lontano dall'Italia nella quale non aveva trovato da vivere, malgrado le cento cinquanta commedie colle quali si era studiato di dipingere i costumi della patria, e di rallegrare un pubblico ingrato.
Le avventure di Goldoni mettevano il discorso sul suo competitore Carlo Gozzi, dal quale si passava naturalmente al fratello. Allora la voce magistrale del procuratore di San Marco Andrea Tron, prendeva la parola dicendo: — Gaspare Gozzi e Carlo Goldoni ebbero qualche cosa di comune in vecchiaja; entrambi furono consolati da donne francesi, Goldoni da principesse, Gozzi da una modista, la quale però più felice delle principesse non fu mai minacciata dal patibolo, nè amareggiata dalla perdita violenta dei suoi cari.
Sara Cenet prodigò le sue cure al vecchio Gaspare fino all'ora estrema, e lo pianse defunto, ma le povere principesse separate dal loro precettore, dalla morte o dall'esiglio, dovettero abbandonarlo in balìa del destino, ed egli forse udì tremando fra lo squallore di Parigi le grida dei forsennati che trascinavano al patibolo i suoi protettori.
Andrea Tron rammentava le ultime lettere indirizzate da Gaspare Gozzi alla nobildonna Caterina sua moglie[39].
L'illustre letterato si piaceva molto a Noventa, ove alla bottega del ponte scontrava gli eleganti di Venezia, ma in mezzo al fracasso di tante grandezze ci voleva più d'un'ora per ottenere un'acqua di limone, pregando in ginocchioni[40].
L'Eccellentissimo procuratore Morosini, lo vedeva con molta cordialità, ed egli attirato dal vocione dell'eccellentissimo Valaresso andava a complimentarlo.
La marchesina arrivava colla sua carrozza, guidando ella stessa sei cavalli «come l'aurora»[41]. Al dopo pranzo c'era il giuoco di pallone, alla sera conversazione in casa Vendramini»[42].
Egli si compassionava di continuo, si confessava: «Un barbero zoppo che tira coll'alzaia i burchielli[43], una delle più celebri carogne della terra»[44].
«Un povero vecchio magagnato»[45]. Però la quiete e l'aria balsamica dei campi gli ristabiliva la salute, e faceva le sue cavalcate «sopra d'una rozza di quelle che tirano le barche»[46], un «suo coetaneo» come egli diceva, «un contemporaneo al cavallo di Troia»[47].
Ridotto «coi nervi di lasagne cotte»[48], «avendo tutte le coscie come quelle di Giobbe»[49] immagrito «come le mummie del deserto, movendosi a stento, tirando appena il fiato»[50] viveva ancora fra i libri, la sua mente serena conservava tutto il vigore della gioventù, e lo spirito vivace, arguto e faceto lo accompagnò fino all'ultima ora.