Ma un originale più bizzarro, era Carlo suo fratello, l'avversario di Goldoni. Egli sosteneva che la Putta Onorata del suo rivale, non era nè onorata nè onorevole[51], e incominciò a burlarsi delle Spose Persiane, delle «bestiali Ircane, dei sozzi Eunuchi, delle Curcume nefande» e pubblicò un libretto burlesco sulle novità teatrali del giorno. Goldoni, in una composizione stampata in omaggio del patrizio Veniero che ritornava da Bergamo ove era stato Rettore, trattava la satira di Gozzi da «rancidume, da ululato da cane, da spaventacchio inetto e insoffribile.» Così incominciò quella guerra accanita sostenuta da Gozzi alla testa dei Granelleschi, contro Goldoni e il suo teatro. La bottega del librajo Paolo Colombani, ove si pubblicavano gli atti della famosa Accademia, era il centro delle operazioni bellicose, e colà si radunavano i nemici di Goldoni accusandolo di portare sulla scena le trivialità e le bassezze popolari, e chiamandolo «logoratore di penne, e diluvio d'inchiostro»[52]. I Goldoniani alla lor volta dichiaravano i Granelleschi «maldicenti, ed ingiusti.»

Goldoni indicava il concorso popolare come una prova del suo merito; Gozzi per confutarlo promise di farsi applaudire con una commedia tratta da una fiaba che le nonne raccontavano ai loro nipotini. Scrisse e fece rappresentare: — L'amore alle tre melarancie, e la gente accorse in folla ed applaudì. Incoraggiato dal successo, Gozzi si diede tutto al Teatro, diventò il compare del vecchio arlecchino Sacchi, e l'amico di tutti gli attori, l'innamorato della prima donna Teodora Ricci. Vissuto lunghi anni fra le quinte del teatro, tutto ad un tratto gli vennero a noja le scene, e chiusa la porta in faccia ai comici, non volle più sentirne a parlare. Ma chi non lo conosce a Venezia? soggiungeva Andrea Tron. Grande della persona, se ne lamenta «pel molto panno che occorre ne' suoi tabarri»[53]. Colle ciglia aggrottate, il passo lento, cerca taciturno i passeggi solitari[54]. Litigatore instancabile al foro, e amante dei piaceri a buon mercato, passa la mattina in mezzo dei legali, degli avvocati, dei notaj, e poi va a merenda alla Giudecca, a Campalto, alla Malcontenta, a Murano, e nelle altre Isolette, con qualche amico suo pari, spendendo trenta soldoni per testa. — Sarebbe felice, se una strana idea non gli tormentesse il cervello. Egli ha fissato che un fatale influsso di contrattempi preseguiti la sua esistenza. Questa stravaganza è sovente avvalorata dai fatti. Talvolta mentre egli cammina solitario per Venezia lo prendono in iscambio per un altro, e lo tormentano «con doglianze, ringraziamenti, richieste, prestiti, querimonie»[55], egli giura, protesta che non è il tale e non gli credono. Una sera egli passeggiava in Piazza San Marco al chiarore della luna col patrizio Francesco Gritti, si sente dare un pugno nella schiena, e trattare da asino: lo avevano preso in isbaglio[56].

Un'altra volta lo baciano ed abbracciano con trasporto, ed egli non può svincolarsi da quelle noiose dimostrazioni dovute ad un altro. Se esce di casa senza ombrello, una pioggia dirotta lo coglie, si ferma lunghe ore sotto un portico. Vedendo che il diluvio non cessa, spinto dall'impazienza, si sottomette al destino, e corre a casa grondante d'acqua; appena aperto l'uscio e posto in salvo, cessa tosto la pioggia, si diradano le nubi, e il sole che risplende nel cielo, sembra sorridere al suo lungo fastidio[57].

Se vuole studiare, persone noiose lo interrompono; quando incomincia a radersi la barba, lo chiamano in fretta per urgenti negozii, ed è costretto ad uscir di casa con la barba rasa per metà[58]. Sovente sorpreso per istrada da una furiosa necessità va cercando qualche solitaria viottola per sgravarsi del molesto bisogno, ma appena avvicinato all'angolo tanto desiderato, si apre un uscio ed escono due signore, passa in fretta in un altro cantuccio, s'apre un'altra porta, escono altre signore, egli corre invano qua e là e trova sempre contrattempi ed intoppi[59]. Ma queste piccole disgrazie non sono che fastidiosi moscherini, egli dice; il cattivo influsso lo tormenta in cose maggiori. Una volta fra le altre, mentre egli trovavasi in villa nel novembre inoltrato, il patrizio Gasparo Bragadino volendo festeggiare suo fratello creato Patriarca di Venezia, e trovandosi ristretto di fabbricato, ebbe l'idea di gettare un ponticello dalla sua casa in quella del Gozzi che gli dimorava dirimpetto, e diede una splendida festa da ballo in casa del letterato assente, il quale giungendo dalla campagna stanco e mezzo morto dal freddo e dal sonno, trovò questa bella sorpresa, e dopo di aver ascoltate le riverenti scuse del vicino indiscreto, è costretto di andarsi a coricare alla locanda, e di passarvi tre giorni![60]

I Veneziani ridevano de' suoi giusti lamenti, e trovandolo per via, collo sguardo bieco e sospettoso, se lo mostravano a dito, e questo era l'ultimo contrattempo che affliggeva quell'uomo dabbene.

Ai viaggi del Pindemonte, alle relazioni del Denon, ai racconti del procuratore Tron succedevano nelle conversazioni d'Isabella vivacissimi discorsi del Dottore Francesco Aglietti, acutissimo ingegno, medico, giornalista, bibliofilo, operosissimo, che esercitando la medicina con una numerosa clientela, trovava ancora il tempo di pubblicare due fogli periodici — Il giornale per servire alla storia della medicina, e le Memorie per servire alla storia letteraria e civile. — L'Isabella diceva «che la maschia giovialità del suo spirito, le sue universali cognizioni, la sua facondia, fan sì che il suo conversare venga sempre condito da preziosa amenità, egli favellava dottamente di mille e mille cose diverse, e portava indosso tanti libri, quante aveva saccoccie nei vestiti: — e la sua bella, vegeta e robusta sanità, era quasi insegna d'uomo che di ricca merce abbondando, ad altri magnanimo la dispensa»[61].

Accanto dell'erudito parlatore, sedeva sovente un «genio timido» come lo giudicava Isabella, «un preticciuolo in abito schietto e disadorno, freddo, taciturno, imbarazzato di sè e degli altri.»

Ma eccitato a parlare «saltava fuori con uno spirito vivo, focoso, rapidissimo, il dolce far niente gli stava sempre sulle labbra, pure l'immaginazione sua, e la sua penna non avevano posa. Il suo idolo era il bello morale; capo e centro de' suoi affetti l'amore. Applausi, titoli, onori letterari erano per lui noje, imbarazzi e torture; amare ed essere amato, ecco l'unica ambizione di quel cuore soavissimo»[62]. Avendo pubblicata una traduzione d'Omero, qualche tempo dopo giunse da Roma un figurino che rappresentava la testa dell'antico poeta greco, sopra un corpo vestito alla foggia francese, con sotto l'iscrizione Omero Tradotto[63].

I nostri lettori hanno riconosciuto l'abate professore Melchiorre Cesarotti, il quale un giorno presentò alla cortese Isabella un suo scolare, autore d'una tragedia inedita, ma giovane di grandi speranze.

Essa disse di lui che pareva «un rozzo selvaggio fra i filosofi d'allora, di fervido e rapido ingegno, nudrito di sublimi e forti idee, adoratore delle cose patrie, disprezzatore delle straniere oltre il giusto»[64]. Il suo nome ancora sconosciuto era Ugo Foscolo, e così egli dipingeva sè stesso: «Di volto non bello ma stravagante e d'un'aria libera; di crini non biondi ma rossi; di naso aquilino, ma non piccolo e non grande; d'occhi mediocri, ma vivi; di fronte ampia, di ciglia bionde e grosse, e di mento ritondo. La mia statura non è alta, ma mi si dice che deggio crescere; tutte le mie membra sono ben formate dalla natura, e tutte hanno del rotondo e del grosso. Il portamento non scopre nobiltà, nè letteratura, ma è agitato trascuratamente[65]