All'età di sedici anni Foscolo parlava già «dei suoi giorni perseguitaii ed afflitti[66];» a diciott'anni scriveva ad un amico: «le sventure mi oppressero, le immagini di piacere si dileguarono, e vanno languendo persin le speranze;» era nato per la solitudine, pativa il male di melanconia[67], leggeva l'Ossian, la Nina pazza per amore, e piangeva, si dichiarava «infelice, abbandonato, compagno delle sciagure, e menava gli egri giorni fra la solitudine e il pianto[68]. Il giovane Ugo amava teneramente il Cesarotti, e andava a trovarlo per rompere le sue «cupe meditazioni»[69], e parlando di questo suo maestro scriveva: «la luce di quest'angelo è tutelare e vivificante, la presenza di questo uomo è consolatrice e soave»[70]. Piacque alla saggia Isabella lo strano giovinetto, e conosciuta la sua indole, gli diede un consiglio opportuno, ch'egli ebbe a rammentare più tardi — «volere fortemente e chiedere dolcemente»[71]. — Le donne sublimi, hanno dei detti memorabili per le persone alle quali prendono interesse. Felici coloro che incontrandole nel cammino della vita, sanno meritare la loro amicizia.

Frequentava le conversazioni di casa Marini il grave e dotto abate Morelli, eletto dai Veneti Senatori a custode della Ducale Biblioteca di San Marco; il quale «senza essere mai uscito di Venezia, conosceva le grandi biblioteche di tutto il mondo, i più preziosi musei dell'antichità, i più doviziosi gabinetti di medaglie, le più insigni gallerie di pittura, e ne parlava con profonda dottrina»[72]. Era fra i più assidui Aurelio De Giorgi Bertola, poeta di tempra molle, amabile, ma volubile in amore: «si direbbe, scriveva l'Isabella, che la natura volle fare di lui un uomo perfetto, ma si pentì a mezzo lavoro»[73].

Fracesco Franceshinis seduto in un cantuccio ascoltava tutti, ed evitava di prender parte al discorso; d'ingegno finissimo, di coltura somma, capace di molte cose, non fece mai nulla, aspirando sempre ad una perfezione impossibile[74].

Lauro Quirini, gentiluomo di maniere aperte e cordiali, prendeva parte alle discussioni più animate, per consigliare l'indulgenza. Di carattere gioviale «trovava sempre qualche bene nel male, e niun male nel bene.» Amava tutti i piaceri facili con moderazione discreta e sempre eguale; metteva le donne, il teatro, la tavola sullo stesso rango, nè sospettava punto di far cosa inconveniente[75]. Il cavaliere Zulian, uno dei primi sostenitori di Canova, parlava con ammirazione del suo protetto, e l'Isabella, esaltando i meriti e le virtù dell'esimio scultore lo proclamava «sommo artista, eccellente cittadino, eccellente figlio, eccellente fratello, eccellentissimo amico» e riteneva che non avrebbe potuto esprimere nelle sue statue così mirabilmente tante morali virtù, se non le avesse avute tutte nell'animo[76].

Le dame che frequentavano la conversazione erano fra le più distinte di Venezia, amabili, vezzose, vivacissime. Che se la coltura e il brio d'Isabella attirava di preferenza in sua casa i più illustri letterati, molte altre gentildonne presiedevano pure a geniali ritrovi nei loro splendidi palazzi, e spiegavano tutte le grazie del loro sesso, e lo spirito particolare delle veneziane, ammirate non solo dai propri concittadini, ma bensì dai più cospicui forestieri, dai principi e dai sovrani che visitavano la gemma dell'Adriatico.

La procuratessa Tron, quando l'imperatore Giuseppe II visitò Venezia cogli arciduchi suoi fratelli, Massimiliano, Ferdinando e il Granduca di Toscana, invitò questi principi ad un ballo improvvisato in ventiquattr'ore, al quale intervennero circa duecento gentildonne.

Il fascino della bellezza gareggiava in alcune col prestigio dello spirito a tal punto che l'Imperatore rimase cinque ore in piedi davanti a Contarina Barbarigo, assorto in una gara di galanti e geniali discorsi.

Cornelia Barbaro-Gritti, poetessa, e madre di brioso poeta, riceveva in casa i più illustri ingegni del suo tempo, fra i quali vantava amici Algarotti, Frugoni, Metastasio e Goldoni. E pure di uomini preclari si circondava la bella e briosa gentildonna Giustina Michiel-Renier, di onoranda memoria pel caldo amore portato alla cara sua patria da lei nobilmente illustrata col racconto delle sue feste, dei suoi costumi e delle sue glorie. Nè si può lasciare in obblìo la vezzosa contessa Benzoni, il modello che servì ad Antonio Lamberti per dipingere la Biondina in gondoletta, nella famosa canzone. Dotata del più fino e piccante spirito veneziano, meritò l'amicizia e gli omaggi di Lord Byron, al quale faceva udire sovente aspre verità col gentile dialetto, che in sua bocca acquistava una grazia incantevole.

Tanta luce di spirito e d'urbanità spandeva i suoi raggi nelle vicine provincie che vantarono donne colte e cortesi, fra le quali resteranno nelle memorie contemporanee, i nomi della contessa Elisabetta Spineda di Treviso, e di Francesca Capodilista di Padova, e Verona ricorderà sempre con giusto orgoglio le riunioni di Silvia Verza, e dell'imcomparabile Anna Serego Alighieri. Le conversazioni di quei tempi agevolavano i sociali rapporti, erano decoro alla città, esempio ai giovani di modi garbati, di colti ed onorevoli costumi.

XXX.