L'irresistibile attrattiva di tanti nomi illustri, e di tanti bizzarri caratteri, ci trattenne forse soverchiamente nella conversazione della gentildonna Marin, ove Valdrigo ebbe campo di conoscere gli uomini più celebri del suo tempo; ma ciò ch'egli ricercava di preferenza in quelle scelte e numerose riunioni, erano gli occhi di Silvia, le stelle del suo firmamento, le luci che illuminavano la sua vita.
Ai suoi sguardi concentrati in un punto solo sfuggivano le curiosità della sala. Egli non osservava la puntualità minuziosa di Pindemonte, nè la flemma di Cesarotti, nè la parrucca d'Hancarville che eccitava l'ilarità degli astanti; nè poteva apprezzare le grazie d'Isabella, nè i tratti di spirito che volavano per l'aria come fuochi d'artificio. L'innamorato non vede al mondo che una donna.
Silvia, accortasi più volte dell'assiduità di Valdrigo, incominciava a temere che l'imprudenza del giovane potesse comprometterla agli occhi del mondo, e aspettava un'occasione favorevole per consigliarlo a vegliare sopra sè stesso e a non dimenticarsi ch'ella era la moglie del conte Leoni. Ma o l'occasione le mancava, o giunto il momento propizio le veniva meno il coraggio e si taceva. D'altra parte Valdrigo aspirava ardentemente a un lungo abboccamento, e sentiva un bisogno irresistibile di dare sfogo ai sentimenti repressi del suo animo, ma quando per qualche istante giungeva a sedersele vicino gli mancavano le parole e rimaneva muto. Però le cose erano giunte a un tal punto, che una spiegazione era diventata necessaria. Ad un torrente ingrossato bisogna opporre in tempo degli argini affinchè non abbia a traboccare con danno irreparabile, rompendo i troppo tardi ripari. È vero che gli occhi avevano parlato e le anime compreso, ma quel linguaggio misterioso è talora uno slancio irrefrenato, una promessa vaga e indeterminata, un'imprudenza lontana dal pericolo che poi la ragione condanna ed il labbro sconfessa. Bisognava dunque spiegarsi, ma era evidente che le spiegazioni non sarebbero nè brevi nè calme. Silvia amava Vittore, ma non voleva convenirne, conosceva di essersi tradita e voleva protestare, negando colle parole l'espressione degli occhi; Vittore aveva espresso il suo affetto coll'intensità degli sguardi, e voleva ad ogni costo confermare colla voce i sentimenti del cuore. Dunque entrambi erano decisi di metter fine all'ansietà che li opprimeva, e mentre Vittore meditava il modo di chiedere un colloquio, Silvia lo aspettava, ben decisa di accordarlo. — Ci sarà una lotta, diceva Silvia fra sè, ma avrò il coraggio e la forza di combattere e vincere. — Ci sarà una lotta, pensava Valdrigo, ma essa mi ama e il trionfo è sicuro!
La difficoltà stava nel trovare il tempo necessario e il luogo opportuno, perchè il palazzo Leoni era costantemente frequentato dalle visite e il conte andava e veniva per la casa a tutte le ore coi suoi amici di Venezia, e con gli ospiti illustri che gli arrivavano di continuo dalle più cospicue città dell'Europa.
Il carnevale venne a proposito a facilitare il desiderato abboccamento. Il carnevale di Venezia!... cioè il turbinio confuso delle passioni e dei piaceri della vita, che col mistero della maschera agevola ogni incontro, protegge ogni abuso, copre ogni disordine, che sotto un volto impassibile di tela cerata asconde i rossori della modestia e rende gli occhi più vivaci e la parola più ardita, che colla certezza dell'incognito rispettato, autorizza le espressioni più audaci, infonde ai timidi il coraggio, ai pusilli lo spirito, e involge di arcano prestigio le confidenze susurrate all'orecchio! Il carnevale di Venezia erigeva in diritto la licenza dei costumi, col delirio della pazzia autorizzava tutte le ebbrezze, scioglieva ogni legame di famiglia, esponeva i sensi a tutte le provocazioni del linguaggio, e spingeva l'innocenza e la virtù sul margine di tutti gli abissi. Il carnevale di Venezia gettava il popolo fra i tripudii, e trascinava la gioventù ai baccanali, mentre le armate tedesche e francesi si contendevano il suolo d'Italia, e decidevano dei nostri destini.
Valdrigo ottenne finalmente da Silvia un appuntamento ad una festa da ballo mascherata nelle sale del Ridotto. Gli accordi erano i seguenti: Vittore sarebbe in tabarro e bauta con un nastro azzurro scendente dalla spalla sinistra. Silvia e la sua cameriera sarebbero mascherate in veste e zendado, con una rosa sul crine, a diritta. Il conte Leoni le accompagnerebbe da lontano, senza maschera, ma certo si sarebbe seduto a qualche tavoliere di giuoco, e allora uniti insieme, uscendo dal ridotto, sarebbero andati a passare un'ora nel casino che il conte teneva presso a San Gallo; Silvia ne avrebbe chiesta la chiave per avere un rifugio ove riposarsi in caso di bisogno.
Era costumanza di quei tempi che molte famiglie ricche oltre al palazzo tenevano anche un piccolo ma elegante casino in vicinanza della piazza, e colà andavano a riposarsi dal passeggio o invitavano a cena gli amici dopo il teatro, senza cerimonie e in piena libertà. Naturalmente alcuni mariti se ne servivano per dei ritrovi misteriosi, senza l'impiccio della moglie, e alcune mogli facevano altrettanto senza l'incomodo dei mariti. In apparenza quei casini erano una stazione centrale per gli affari o i comodi della vita, e in realtà una succursale della casa per ogni uso segreto, per ogni stravizzo.
Il conte Leoni possedeva uno di quei fantastici ricoveri nel quale egli aveva prodigato tutto il lusso delle arti. Pendevano appesi alle pareti dei preziosi dipinti di Canaletto, dei quadretti di soggetti veneziani del Longhi, ed alcuni bei pastelli di Rosalba Carriera. Gli stucchi del Vittoria si raggiravano capricciosamente intorno a dei graziosi medaglioni entro ai quali erano dipinte delle scene amorose di ninfe ritrose e di pastori procaci. Le pareti ed il soffitto d'un gabinetto erano ricoperti da splendidissimi specchi, ed un caminetto di marmo bianco collocato dirimpetto a un molle divano sosteneva dei candelabri di bronzo dorato. Il salotto per pranzare era mobigliato con delle poltroncine antiche d'intaglio, coperte di damasco, e degli scaffali d'egual lavoro, contenenti delle stoviglie di Faenza e dei vetri di Murano, e dal soffitto pendeva una magnifica lumiera di cristallo. Dei morbidi tappeti coprivano i pavimenti, e pesanti e doppii cortinaggi scendevano sulle finestre.
Valdrigo aspettava la sera dell'appuntamento come il giorno più solenne della sua vita, nè poteva pensarci senza che un brivido gli percorresse il corpo dalla estremità dei capelli alla punta dei piedi.
Una mattina, chiamata Maddalena in disparte, la pregò di volergli trovare a nolo un vestito nuovo da maschera, tabarro e bauta, e di fargli l'acquisto d'un bel nastro azzurro di seta da collocarsi sulla spalla sinistra, e tutto questo per il prossimo ballo al Ridotto.