Mettendo il cervello alla tortura coi più strani pensieri, finì a coltivare un'idea, che le pareva avere del buono e del cattivo come tutti gli altri progetti, ma che presentava un incontrastabile vantaggio, ed era di mettere il Consiglio dei Dieci in alleanza colla sua gelosia. Ecco come ragionava la fanciulla: Una falsa accusa farebbe mettere Valdrigo in prigione, e l'accusa essendo falsa la prigionia non potrebbe oltrepassare la durata del processo. L'innocenza dell'accusato, e la giustizia dei giudici renderà impossibile ogni pericolo di condanna, ma forse il semplice fatto della prigione, basterebbe ad allontanare per sempre il Valdrigo dal palazzo Leoni anche dopo la sua liberazione, perchè l'esalazione del carcere rimane sempre indosso a tutti i prigionieri di Stato, innocenti o colpevoli, nè l'alterigia patrizia può ammettere nella sua società un uomo sospetto di congiura, liberato per sola mancanza di prove.
Il piano dunque le sembrava magnifico, ma teneva la sua decisione in sospeso, a motivo delle privazioni alle quali avrebbe esposto Vittore. Veramente aveva sentito dire che mentre dura il processo i prigionieri non sono da paragonarsi ai condannati, pure sentiva dentro di sè una voce tormentosa che biasimava i suoi pensieri, e le minacciava le amarezze del rimorso. Nella calma della ragione essa vedeva che provocare l'arresto di Valdrigo era un delitto, che privava ingiustamente un uomo della libertà, che gettava un innocente nella tristezza e nelle miserie del carcere, e pensando ai timori del giovane, alla dolorosa solitudine, alla privazione d'aria e di luce, al silenzio senza interruzione, ai dolori senza conforto, alle sofferenze senza lenimento, malediceva il suo progetto, si strappava i capelli dall'affanno, e giurava di frenare una passione violenta che la trascinava a colpe tanto crudeli.
Ma quando Valdrigo usciva di casa, galante e profumato come un gentiluomo, con l'aspetto ardito e l'occhio scintillante, con un'aria di provocazione e di conquista, allora la ragione taceva, allora i buoni sentimenti svanivano, e i più dolorosi sospetti entrando nel cuore, risvegliavano le furie della gelosia e la brama d'arrestare ad ogni costo il trionfo d'una pericolosa rivale. I più forsennati progetti le ripullulavano in mente, nessuna pena le sembrava soverchia pel colpevole, avrebbe pagato col suo sangue una catena, il truce aspetto delle porte ferrate, dei grossi chiavistelli e delle doppie sbarre sorrideva al suo spirito agitato, come le promesse di un amico sicuro.
Esitante sul partito da prendersi, spiava ogni passo di Valdrigo, e porgeva attenta orecchia ai discorsi del popolo che incominciando ad inquietarsi sui destini di Venezia, mormorava sotto voce del governo e d'alcuni nobili, fra i quali ritornava sovente in campo il nome del conte Leoni, detestato dai partigiani delle nuove idee, come il più accanito nemico d'ogni transazione e il più tenace difensore dell'antico sistema.
Le passioni represse fermentavano, un ardente desiderio di novità e di riforma lottava contro i difensori della Serenissima Repubblica, della quale vantavano le glorie passate e amavano le presenti dolcezze, il vivere beato e pacifico, i continui passatempi, il libertinaggio protetto dalle abitudini e dalla tolleranza del governo. Il lungo abbandono delle armi e la vita molle avevano infiacchita la fibra del popolo e della nobiltà, e abbassato il livello dei caratteri. Perduta ogni morale dignità ed ogni nobile sentimento nazionale, l'egoismo signoreggiava i magistrati del governo ed i privati cittadini.
I principî della rivoluzione francese che proclamavano i diritti dell'uomo alla libertà ed all'eguaglianza, si chiamavano il gallico veleno, ed era perfino proibito di parlarne. Intanto i francesi entravano in Italia, e i Savj seguitavano a chiudere le orecchie ai consigli più assennati, e continuavano a far la corte alle dame ed a frequentare i pubblici spettacoli colla maschera sul volto. All'invasione delle idee, il governo si opponeva colla proibizione degli scritti; alla invasione delle armi straniere, rispondeva colla neutralità disarmata. In conseguenza di ciò, mancavano le armi e i soldati, le piazze forti erano sguarnite nè si pensava gran fatto alle difese, nè ad accrescere la flotta, nè ad acquistare le armi o fabbricare la polvere; per riscontro si vietavano in Teatro le tragedie perchè sollevavano e concitavano gli animi. Le rivelazioni più importanti dei residenti alle Corti straniere e i dispacci degli ambasciatori veneti in Francia, che annunziavano i disordini, le minaccie e i pericoli imminenti, non venivano nemmeno letti al Senato per non turbare il sonno ai patrizii, e per ordine degli eccellentissimi Savj di settimana, tutte le carte risguardanti tali argomenti si passavano nella Filza delle comunicate non lette[77].
Volevano ad ogni costo la pace, il riposo ed il sonno, e dichiaravano la guerra alle mode di Parigi, ai bottoni, ai ventagli rivoltosi, alle foggie giacobine; spendendo ragguardevoli somme per ispiare la condotta dei soggetti. Lo spionaggio era una delle basi del governo, ed i magistrati dopo d'aver spiati i sudditi si spiavano fra loro. I Tre spiavano i Dieci, i Dieci spiavano i Tre, l'Avogador del Comun spiava gli uni e gli altri. Le spie frequentavano tutti i luoghi pubblici, le vie, i teatri, le chiese, e perfino le private dimore, e i loro servigi venivano retribuiti con salvacondotti temporanei, con denaro, con esenzione dalle tasse, con privilegi, impieghi, onori e impunità di delitti. Malgrado però di questa rigorosa sorveglianza e della severità delle leggi, la Voce della libertà trapanava da ogni parte e la si sentiva ondeggiare per l'aria come i profumi della primavera. Entravano furtivamente in Venezia, libri, fogli, programmi, gazzette, coccarde, ed ogni altro incentivo. Il Villetard, segretario della legazione francese, tendeva la mano ai malcontenti, favoreggiava le congiure e fomentava gli spiriti più audaci. I fucili e i cannoni della rivoluzione erano ancora lontani, ma penetravano in Venezia le massime, i pensieri, le idee che precedono ogni mutamento sociale, apparecchiano il terreno delle riforme, minano gli antichi propugnacoli e segnano le fondamenta dei nuovi edificii.
Maddalena passando una mattina per una calle remota, vide un gruppo di persone che ciarlavano con aria misteriosa, guardandosi intorno. Erano suoi conoscenti e vicini; si mise dunque in loro compagnia per udire le notizie del giorno. La fanciulla non potendo suscitare sospetti, essi continuarono i discorsi. Uno fra loro mostrava i pugni in atto di minaccia e diceva:
— Ancora un poco e dovranno deporre la toga, i parrucconi!... Cosa sono i nobili più di noi?... I francesi vengono avanti... avanti... avanti...
Uno degli uditori voltava la testa con aspetto pauroso e mandava fuori un soffio prolungato che voleva dire — Bagattelle!...