Quando egli le stese la mano, essa si alzò, depose il lavoro, e mostrò di volerlo accompagnare alla porta. Salutò nuovamente la nonna che piangendo gli mandò l'ultimo saluto con un cenno del capo, e seguì la ragazza che aveva aperto l'uscio e lo attendeva sul pianerottolo. Le prese la mano, e sentì che tremava, volle dirle qualche cosa e non gli fu possibile di raccapezzare un'idea. S'avvide che essa aveva gli occhi velati di lagrime, e dopo un breve silenzio le disse addio; essa non gli rispose che con un cenno della mano.
Scese le scale come cieco, si rivolse un'ultima volta a salutarla, e quando non la vide più udì un singhiozzo mal represso che gli penetrò nel profondo dell'anima, volle ritornare sui suoi passi, ma udì il rumore della porta che si richiudeva, e rimase immobile a quel posto, appoggiato alla ringhiera.
Dopo qualche istante continuò a scendere le scale, senza sapere dove poggiava i piedi, sbalordito, confuso; attraversò le solite vie, senza vederle, e giunto in piazza si perdette fra una folla di gente che gridava:
— «Non vogliamo cedere, vogliamo sortire in massa» ed anche lui si mise a gridare come un disperato: — «bisogna resistere e difendersi, non si deve deporre le armi.»
Ma la capitolazione era firmata, e il dittatore aveva già rassegnati i suoi poteri al Municipio. Il sacrifizio era consumato.
La libertà di Venezia cadeva quando Roma era occupata da sei settimane, la restaurazione del duca di Firenze effettuata da due mesi, la pace fra il Piemonte e l'Austria stipulata da diciotto giorni, l'Ungheria ritornata al servaggio.
Manin s'era imbarcato colla sua famiglia sul piroscafo francese Il Plutone e usciva da Venezia alle tre pomeridiane del 23 agosto 1849. Otto altri navigli imbarcavano i quaranta proscritti dall'Austria, seguiti da numerosi esuli volontari, che non volevano vedere i tedeschi.
All'ora nefasta dell'entrata delle truppe austriache il conte Ermolao s'era affacciato ad un balcone del suo palazzo per veder passare gl'invasori. Nessuno li guardava in faccia, il popolo fu dignitoso, altero, glaciale, e i croati gettavano delle occhiate sospettose, temendo ad ogni istante di saltare in aria.
La contessa Marina Steno s'era vestita in lutto, e desiderava di lasciare Venezia, un vapore inglese attendeva ancora gli ultimi emigranti, ma il conte Ermolao resisteva, desideroso di non alterare le sue abitudini, e di non abbandonare gli agi aviti del suo palazzo. Ma quando vide passare il nuovo padrone di Venezia, il tenente-maresciallo Gorzkowsky, generale di cavalleria, con quel piccolo cheppì che gli lasciava scoperta la nuca, e coprendogli la fronte gli si appoggiava alla sommità del naso, piccolo cheppì bizzarro, sormontato da un pennacchio di penne verdi, che lo facevano rassomigliare ad un vasetto di maggiorana sulla testa d'un cosacco, provò un tal senso di ribrezzo insormontabile, che non si sa bene se sia provenuto da indignazione patrizia, o da paura; il fatto sta che chiamata in fretta la moglie, si dichiarò pronto a seguirla, e fino che i domestici approntarono le valigie, la fece entrare in una gondola che li condusse a bordo del vapore.
Appena saliti sul ponte videro il colonnello dei Cacciatori delle Alpi che guardava mestamente Venezia, conversava con un suo ufficiale che si reggeva ad una stampella.