Al frastuono dei cannoni, al fumo della polvere, ai pericoli ed alle desolazioni della guerra era succeduta una pace profonda, un silenzio solenne, un tenero amore che domandava alfine d'essere soddisfatto colle dolcezze della vita comune.

Il matrimonio fra i due giovani venne dunque fissato per la fine d'autunno; e fu pattuito in famiglia che fondendo insieme gli averi dei due sposi, essi avrebbero abitato il roccolo di Sant'Alipio per vivere tranquilli in quell'angolo romito delle Alpi.

E venne finalmente anche quel giorno tanto desiderato. L'arcidiacono celebrò solennemente il matrimonio, Michele fu il compare, rappresentato da Bortolo che aveva ricevuta la procura dall'esule, unitamente ai doni per gli sposi.

Sior Antonio dichiarò agli amici che quello era il più bel giorno della sua vita, Maddalena pianse di letizia, come aveva pianto di dolore, le lagrime sono per molte donne l'espressione dei punti salienti della vita, e la manifestazione spontanea di sensazioni contrarie. Bortolo si mise in guanti per la prima volta in sua vita, offrendo così un intermedio fra l'abito nero di Tiziano, e le brache corte di sior Antonio, stonature dei costumi di montagna che rappresentano alla metà d'un secolo gli avanzi del passato e i gusti dell'avvenire, in una famiglia che passa dalla originaria semplicità, alle esigenze d'una classe superiore modificata dall'educazione.

Tutto il paese applaudì a quelle nozze, ed alla sera gli sposi si ritirarono al roccolo, ove un raggio di luna rischiarava la modesta casetta di legno e gli effluvi delle piante imbalsamavano la camera nuziale, nella quale non penetrava altro rumore che l'a solo d'un usignuolo, pieno di soavi melodie, fra un coro di grilli, accompagnati da lontano dal cupo rumore della Piave che s'infrange fra i sassi in fondo della valle.

E così la vita riprendeva il suo corso normale, in completa bonaccia, come il mare dopo una fiera burrasca.

Tiziano assisteva il padre nell'amministrazione degli affari dei suoi padroni di Venezia, e si occupava del taglio dei boschi, delle seghe, della spedizione dei legnami, e quando rientrava al roccolo incontrava lo sguardo sereno e soddisfatto di Maria che gli correva incontro per avere un bacio.

E nelle ore perdute, Tiziano continuando le abitudini di Isidoro, coltivava il terreno circostante, colla stessa anarchia d'una volta, volendo ricavare da quella poca terra tutto ciò che essa può produrre in quel clima, dei fiori e delle frutta, del frumento, del granoturco, delle patate, dei fagiuoli, del grano saraceno e delle fragole, tutto misto e confuso cogli alberi e le erbe aventizie, in pittoresco disordine, percorso dalle farfalle.

Alla sera colla pipa in bocca e l'anaffiatoio in mano egli bagnava le sue piante, mentre Maria riparata da un cappellino di paglia coglieva le frutta per la cena.

Pareva che la loro vita dovesse scorrere come un fiume di latte e miele nella modesta semplicità di quell'idillio, ma l'esistenza non si uniforma mai alla parte esterna delle cose, ma si compone a seconda dei pensieri e dei caratteri. La felicità o la sventura stanno dentro di noi stessi, ci accompagnano dovunque, e si manifestano costantemente nelle più svariate circostanze. Così anche in mezzo ai sorrisi di natura, in quella pace irradiata d'amore, un'ombra cupa, tenebrosa, si alzava sull'orizzonte, e ne offuscava il sereno.