A tali dolorosi pensieri Maria piangeva nella sua solitudine, e Tiziano rientrando in casa la trovava cogli occhi rossi, e sofferente, mentre aveva bisogno di buona salute per due. Ed egli pure era infelice in quella lotta dell'odio e dell'amore. E quanto più gli erano cari i suoi diletti, la moglie e il futuro figliuolo, tanto più detestava l'umiliazione della dipendenza dagli stranieri, e il loro dominio gli pesava sul cuore come un'offesa alla sua dignità di cittadino, di marito, di padre. Vivere sotto l'incubo di leggi imposte dagli stranieri, chiedere a loro il permesso di esercitare ogni diritto, di muoversi, di pensare!... allevare i propri figliuoli per la loro coscrizione, destinata a fare degli schiavi, allo scopo di conservare la schiavitù d'altre nazioni, è tale vita ignominiosa che non può immaginarla chi non l'abbia subita, e non è tollerabile per chi sente e per chi pensa alla umana dignità.
Tiziano sentiva una gioia suprema all'idea di divenir padre, sior Antonio aspettava ansiosamente un nipotino, Maddalena provava il bisogno di ringiovanirsi colle cure di un bimbo figlio di suo figlio, ma tutti vivevano malcontenti ed inquieti, tormentati da mille timori, prevedendo nell'avvenire le amarezze che sarebbero sorte da quella letizia, i dolori che sarebbero derivati da quella gioia. Tale è il destino della famiglia sotto la dominazione straniera!... E tutti osservavano con dispetto il sorrisetto di scherno del Consigliere davanti i buoni patriotti, che egli chiamava gli esaltati, e che sior Iseppo riteneva tutti matti, come suo nipote.
Le lagrime nascoste, i sospiri repressi, ma invano dissimulati dalla donna diletta, quelle apprensioni della famiglia, affliggevano sommamente Tiziano, e per tranquillare la moglie dovette prometterle che non l'avrebbe mai abbandonata, limitandosi al semplice dovere di cooperare alla liberazione del territorio cadorino, caso mai una insurrezione od una guerra rendessero possibile la lotta.
Questa assicurazione egli l'aveva fatta col convincimento di una prossima sollevazione del Cadore, promossa dallo stesso comandante della difesa.
Calvi rifugiato a Torino teneva viva corrispondenza coi suoi vecchi comilitoni, colla speranza di poter penetrare nei monti, di liberarli dai Tedeschi e di annodare l'insurrezione del Cadore ad un nuovo sollevamento d'Italia.
A tale scopo si erano costituiti dei comitati a Venezia ed a Pieve, i quali cercavano di riorganizzare gli avanzi dispersi dei Cacciatori delle Alpi, per gettarli sui monti bellunesi e cadorini, dove l'audace condottiero li avrebbe raggiunti.
Ma davanti la formidabile potenza dell'Austria, non si trovò prudente di secondare per il momento tale impresa, e si decise di attendere un tempo più opportuno.
Intanto durante questa calma apparente, Maria mise alla luce il suo primo bambino, al quale venne imposto il nome di Isidoro, per ricordare il povero nonno, morto in difesa della patria. E i fiori e le erbe vagabonde del roccolo di Sant'Alipio, agitate dalla brezza del mattino parevano in festa, quando echeggiarono fra le altre armonie della natura, anche i primi vagiti del neonato.
La vita allora si fece più lieta, quel bimbo fu la gioia di due famiglie, la delizia di due case, e pareva che il Consigliere imperiale avesse ragione e che tutto fosse finito.
La forza materiale pesava sul diritto come un macigno caduto dall'erta sopra il ramo staccato di un albero. La rassegnazione nata dalla necessità faceva che tutti i giorni si rassomigliassero, e che gli anni scorressero monotoni non lasciando altre traccie sul sentiero della vita, che di modesti avvenimenti domestici, di gioie e di dolori delle diverse famiglie.