Non si parlava d'altro che del taglio dei boschi e del commercio dei legnami; e la cronaca quotidiana raccontata nei circoli dell'intimità non ripeteva che i casi della vita privata, i morti, i matrimoni, i neonati, o lo scandalo di qualche frutto proibito rosicato in silenzio dai discendenti non ancora degeneri di Adamo ed Eva.
Fra i vari casi di quel tempo, sior Iseppo offrì argomento di malinconiche riflessioni sugli uomini avari, essendo restato colpito d'apoplessia, e rimasto paralitico e scemo, proprio nel momento che suo nipote Michele divenuto capitano in Piemonte, non gli domandava più denaro, e lo rendeva lieto di rilevanti risparmi che il vecchio zio andava accumulando con sommo piacere, non si capisce a quale intento, nell'avanzata sua età.
Pochi giorni dopo il fatale accidente, sior Iseppo morì senza avvedersene, e Michele rimase l'erede naturale, per diritto di successione, come il più prossimo parente del defunto, ed entrò in legittimo possesso di tutte quelle sostanze le cui economie gli costarono tanti sacrifizii, e tante privazioni, per non privare lo zio della soddisfazione di accumulare il denaro in una cassetta dell'armadio.
Michele elesse a suo procuratore sior Antonio, il quale appena raccolta la eredità, mandò i conti all'erede, che ordinò una bella lapide da collocarsi sul muro del cimitero, ove era stato sepolto sior Iseppo, e vi fece incidere una delle solite iscrizioni, colle consuete menzogne, prodigate dai nipoti sulle tombe degli zii avari, che hanno fatto colla morte onorevole ammenda dei loro torti.
Se sior Iseppo avrà contemplato dall'altro mondo quello spreco di denaro, lo avrà anche cordialmente disapprovato, e non senza ragione, perchè in effetto quella spesa non fu rimborsata dall'eredità, che riuscì passiva all'erede.
E infatti mentre Michele sperava di migliorare le sue condizioni nell'esiglio, colle rendite della sua sostanza, ne rimase dolorosamente deluso. L'Austria non si contentava d'invadere l'Italia e di soggiogarla, e di mettere in prigione i buoni patriotti, essa spingeva la perfidia fino a perseguitarli nei paesi indipendenti dal suo dominio, e colpendo di sequestro i beni degli emigrati, mostrava al mondo tutta la raffinatezza della sua tirannide. Michele vedendo che i vari Stati d'Europa lasciavano correre senza opposizione simili eccessi di violenza, si rassegnò come gli altri ad attendere dalla suprema giustizia dei popoli indignati, la riforma dei Governi, affrettando con ogni forza l'avvenimento della libertà, per emancipare il genere umano dal giogo del dispotismo.
Intanto gli anni passavano, e Maria metteva alla luce una bambina alla quale venne posto il nome di Adria, in memoria e in venerazione di Venezia, e venti mesi dopo le nasceva il terzo bambino che veniva nominato Taddeo per ricordare il bisnonno di venerata memoria.
Il Cadore era in apparenza tranquillo, ma un fermento sotterraneo minava il dominio straniero, e mandava qualche lampo foriero dell'uragano.
In quel torno il Consigliere imperiale fece un viaggio misterioso a Venezia, e a Pieve si bisbigliava che fosse stato chiamato dal Governo per avere degli schiarimenti intorno a certe macchinazioni sulle quali correvano dei sospetti, e che si volevano reprimere con qualche esemplare espiazione.
Un costante pericolo pendeva in tal modo sul roccolo di Sant'Alipio, mentre quella famiglia viveva in pace. I bimbi crescevano sani e robusti, e i vagiti dell'ultimo neonato aggiunti agli strilli de' suoi fratellini riempivano l'aria di quei segnali di vita ripullulante che potrebbe chiamarsi la primavera della famiglia.