Venuto il medico a fare la sua visita trovò Maria in uno stato d'eccitazione violenta che era necessario di far cessare. Consigliò tutti a ritirarsi, a lasciarla tranquilla, ordinò dei calmanti, e promise che tolta la causa prima del male, non avrebbero tardato a scomparire anche gli effetti, ma ci voleva prudenza, tranquillità assoluta di spirito, e completo riposo.
Intanto si andavano facendo degli arresti in vari siti del Cadore, e bisognava tenere la notizia scrupolosamente nascosta a Maria, che agitata da nuovi timori e da nuove ansietà, sarebbe ricaduta gravemente ammalata. Ma Tiziano e sior Antonio non vivevano senza apprensioni, e discutevano nascostamente che cosa fosse da farsi. Il padre propendeva per la fuga, promettendogli che avrebbe persuaso Maria a questa prudente precauzione, ben preferibile ad una lunga prigionia, e a quegli eterni processi di stato, che finivano sempre con spietate condanne. Accomodandosi le faccende, egli sarebbe ritornato, o dovendo prolungare l'esiglio, sua moglie e i bambini lo avrebbero raggiunto. Ma Tiziano amava troppo il Cadore, e quei monti ove era nato, aveva passata l'infanzia, aveva fatto il suo nido, l'idea dell'esiglio lo attristava profondamente, e non poteva decidersi a questo passo senza un'evidente minaccia di pericolo. Egli sperava nell'ignoranza della polizia austriaca che non riusciva mai a colpire i capi delle congiure, che quando le cadevano nelle mani per imprudenza. Sperava nell'isolamento del suo romitaggio che lo nascondeva agli occhi delle autorità sospettose, e contava sulla prudenza che guidava le sue azioni, essendo sicuro che nessun nome, nessuna carta compromettente erano usciti dalle sue mani, che tutti ignoravano la sua partenza ed il suo ritorno, e quindi si decise di attendere, dimostrando a suo padre che una fuga lo avrebbe compromesso assai più d'una cauta aspettativa, e promise di stare in guardia, e di ritirarsi in tempo se il pericolo si facesse imminente.
E infatti in quei momenti l'Austria non poteva contare nemmeno sui segreti d'ufficio, quell'aborrito governo non poteva conservare fedeli gli impiegati subalterni che servivano per necessità, non avendo altri mezzi di sussistenza, ma che si sentivano italiani, e cercavano di giovare ai loro fratelli, avvertendoli in tempo d'ogni pericolo. Così fu deciso di attendere con oculatezza, apparecchiando tutti i mezzi più sicuri per la fuga, senza precipitarla.
Intanto Maria cominciò ad alzarsi dal letto, e a scendere all'aperto, e il vigore della gioventù, l'aria elastica, e specialmente il cuore contento la guarirono in breve da ogni sofferenza.
Il roccolo di Sant'Alipio riprese le sue pacifiche abitudini, ma le notizie che giungevano dal processo di Mantova facevano l'effetto d'una nuvola nera che sorgesse all'orizzonte, e quella pace domestica non era che superficiale, intorbidata nel fondo dalle crudeltà di quegli stranieri che facevano da padroni, processando le virtù, e condannando l'amore di patria come un delitto.
A quel sorriso di natura che si presenta dal roccolo di Sant'Alipio faceva prospetto lontano lontano, come un fantasma minaccioso, il tetro castello di Mantova dove si svolgeva il lugubre dramma del capo militare del Cadore.
Il colonnello Calvi, sepolto vivo in quei torrioni, pensava alla libertà delle montagne, e l'afa del carcere gli riusciva più pesante. Il suo tentativo non era stato che un sogno. Sincero, franco, inflessibile, egli non dissimulava ai suoi giudici i suoi intenti, e non taceva che i nomi dei congiurati. Egli esponeva con dignità il sacro dovere di difendere la patria da ogni insulto, come nostra madre, e di liberarla dall'oppressione. Negli orrori della cella segreta, nella lontananza da tutti i suoi cari, nella certezza che la sua lealtà lo avrebbe condotto alla morte, esso non smentì mai il forte carattere, non cedette mai nè alle lusinghe nè alle minaccie, sereno ed impavido fino alla fine.
Il 1 luglio 1855, davanti la corte speciale istituita dagli stranieri, Calvi fu condannato alla morte. Richiesto se voleva ricorrere per la grazia sovrana, rifiutò. L'eroico condottiero dei difensori delle Alpi morì a 38 anni sul patibolo!... e venne sepolto accanto agli altri martiri di Belfiore.
La truce notizia giunta in Cadore sollevò l'universale indignazione.
Le sole nazioni libere accordano l'asilo agli emigrati politici, ma tutti i popoli del mondo pongono fra gli eroi i soldati che difendono la patria, e muoiono per la sua indipendenza.