Ed a questo spaventoso massacro seguiva l'armistizio e la pace di Villafranca, che lasciava ancora il Veneto in mano dell'Austria trincierata nel quadrilatero.
Tale notizia giunta in Cadore sparse lo sgomento dovunque, e la più cupa desolazione. Tutti si accingevano a sostenere risolutamente l'ultima lotta, a compiere l'ultimo sacrificio per la sospirata indipendenza... e invece bisognava deporre le armi, e nasconderle.
Cosicchè alle vergogne e ai danni della schiavitù si aggiungevano continuamente le amarezze d'una esistenza intorbidata d'ansie perenni, da congiure senza fine accompagnate da pericoli sempre sospesi sul capo delle famiglie. Ma dopo lo strappo doloroso della speranza, dopo lo spasimo del disinganno, ottenuta l'emancipazione della Lombardia, gli animi degli italiani da un punto all'altro della penisola si ridestarono al voto ed alla fede dell'unità, e si accinsero ad ottenerla con unanimi intenti, e perseveranti conati, e le successive annessioni congiunsero al Piemonte la Toscana e l'Emilia, e accrebbero sempre maggiormente il nucleo della libertà.
L'insurrezione della Sicilia fece accorrere nuovamente la gioventù italiana sotto il patrio vessillo, e così si raccolsero quei mille che guidati da Garibaldi divennero leggendari, e qui ritornò in campo il nome dei Cacciatori delle Alpi, che sostituirono al cappotto grigio la camicia rossa, e la Sicilia mostrò al mondo per la seconda volta come si libera un paese dagli oppressori per la volontà d'un popolo unito.
Passato lo stretto, Garibaldi entrò in Napoli in carrozza, la città lo attendeva in festa, esso rappresentava la volontà della nazione, l'indipendenza e l'unità, e davanti all'entusiasmo suscitato dalla libertà i Borboni bombardatori e spergiuri fuggivano nelle torri di Gaeta, come le nottole al levare del sole.
Gli stati romani si unirono al resto della penisola, e non mancavano che Roma e Venezia per compiere l'Italia rigenerata.
Venezia fremeva attendendo il suo giorno. L'eroismo mostrato al tempo dell'assedio aveva consacrato il suo diritto alla libertà, davanti l'Europa. L'Austria accampata militarmente nel Veneto era convinta che il suo governo militare non sarebbe che una tregua fra due battaglie.
Gorzkowsky col suo vasetto di maggiorana sugli occhi, il sciabolone a fianco, e i suoi bravi speroni da generale di cavalleria, eccitava un'irresistibile ilarità quando passeggiava in piazza San Marco, sbirciando avidamente le donne, le quali ne avevano paura. Non un cappello si abbassava alla sua presenza, e al suo passaggio i gondolieri si davano l'occhio fra loro, e tutti si voltavano a guardare con sorpresa quel generale di cavalleria mandato dall'Austria a governare la sola città marittima ove non possono girare i cavalli; e la musica militare che suonava davanti le scranne vuote dei caffè, nella piazza deserta.
Corsero per qualche tempo delle trattative segrete per la cessione della Venezia, ma sempre invano, e si dovette venire alle armi. Vittorio Emanuele che «non era stato insensibile ai gridi di dolore che si levavano dall'Italia oppressa» riprese la spada e si accinse a compiere la gloriosa sua impresa, fidente nel diritto del popolo e nella simpatia dell'Europa, e tutti i partiti si trovarono concordi nel grande intento della completa indipendenza, e fecero scoppiare il grido di guerra come il voto universale della nazione.
L'esercito discese nella valle del Po, e Garibaldi raccolti nuovamente i volontari si avviò verso i monti.