Intanto il quadrilatero era stato consegnato agli Italiani senza smuovere una pietra de' suoi bastioni, e Venezia aveva assistito ad uno spettacolo che pareva miracoloso. Senza aver udito un colpo di fucile, una bella mattina si videro scendere le bandiere austriache dalle tre grandi antenne della piazza San Marco, e si vide salire il vessillo italiano. I tre colori nazionali, tanto vietati, sventolarono da tutti i monumenti, dai balconi di tutte le case, dai navigli e dalle gondole; La città era stata sgombrata pacificamente dalle truppe straniere. Il generale Alemann, ultimo governatore militare austriaco, s'era imbarcato in un vaporetto, all'approdo del palazzo reale, con tutto il suo stato maggiore in gran tenuta di gala, e dopo d'aver preso congedo cortesemente dai Commissari italiani ai quali aveva fatto la regolare consegna della città, salutava militarmente la folla che assisteva in silenzio alla sua partenza, e passando davanti la piazzetta si levò il cappello in segno d'addio a Venezia e ai Veneziani stipati sulla riva.
L'ingresso delle truppe italiane in ogni città del Veneto fu accolto dalle popolazioni con tale entusiasmo che toccava la frenesia.
Il Consigliere imperiale di Pieve di Cadore sbalordito dagli avvenimenti e inquieto sul contegno dei Cadorini a suo riguardo giudicò prudente di battere in ritirata, e dichiarandosi disposto a presentare i suoi omaggi al nuovo sovrano partì per Venezia.
Colà egli passeggiava sotto le Procuratie sorridente, come un uomo soddisfatto, stringendo la mano agli amici che incontrava, dichiarando che alla fine si respirava liberamente, ed esprimendo la sua contentezza per aver vissuto tanto da vedere la sua Venezia liberata dagli stranieri.
Volle essere presentato al Regio Commissario come un vecchio magistrato che porta la sua adesione al Governo nazionale, lieto di poter mostrarsi devoto alla dinastia che ha saputo realizzare i voti della sua anima eminentemente italiana.
Un giorno incontrò Bortolo per via, il quale avendolo riconosciuto si permise di arrestarlo per chiedergli le notizie dei suoi vecchi padroni, e le novità del paese. Il Consigliere gli raccontò con entusiasmo il fatto di Treponti, lodando il valore dei Cadorini, ed annunziandogli però la disgrazia toccata al suo padrone, la cui vita era ancora in pericolo. Bortolo ne fu afflittissimo, e attribuì alla confusione di quei giorni, ed alla preoccupazione delle famiglie, il fatto spiacente di non aver ancora ricevuto notizie da casa.
Bortolo si mostrò felice dell'ottenuta liberazione del Cadore e di tutto il Veneto, al che il Consigliere rispose:
— L'ho sempre detto che la fermezza degl'Italiani sarebbe riuscita all'intento, e che l'indipendenza d'Italia era sicura!...
Aveva sempre detto il contrario, ma tutte le parole non si mettono a processo verbale, e guai se non si dimenticasse il passato!...
Dopo tante vicende Bortolo non si rammentava più le opinioni del Consigliere, e pieno d'affetto pel suo paese nativo non vedeva in quel vecchio che un compatriotta, amico dei suoi padroni.