Una bella mattina i padroni di sior Antonio se lo videro capitare in casa tutto fidente nelle lettere commendatizie del Consigliere imperiale, d'Isidoro, e dell'Arcidiacono, e non poterono ritenere una solenne risata nel dargli l'annunzio che mentre egli faceva il viaggio la polizia metteva in prigione l'avvocato Manin, e il letterato Tommaseo....
È più facile immaginare che descrivere l'espressione del viso di sior Antonio a tale dolorosa sorpresa. Sbalordito, mutolo e quasi scemo, non sapeva più che pensare, gli pareva che le cose di questo mondo si fossero capovolte, tutti i galantuomini andavano in prigione ed erano obbligati di fuggire, e gli usurpatori, ossia i ladri, facevano da giudici, perchè gli stranieri gli parevano ladri in scala grande, introdotti con violenza in casa altrui.
Gli restava la lettera pel segretario, la quale gli servì ad ottenere il permesso di entrare in prigione per vedere suo figlio. Favore che lo umiliava, perchè gli veniva concesso da coloro che egli giudicava come i veri colpevoli, persecutori degli innocenti; come i veri turbatori dell'ordine sociale, che non avevano altro diritto di comandare che quello ottenuto dalla forza brutale; che li rendeva gli oppressori d'un paese che era stato il loro maestro di civiltà!.... La sua coscienza era la sola norma della sua ingenua politica, e gli pareva che il semplice buon senso dovesse essere la sola base del diritto, e andare al di sopra della ragione di Stato.
Quante lezioni di scaltra diplomazia gli dovettero inculcare i padroni per salvarlo dal pericolo d'essere arrestato anche lui, e messo in prigione insieme col figlio, perchè si ostinava a voler dire ai giudici apertamente e schiettamente quanto egli credeva fosse davvero giusto ed onesto; quando invece era tutto il contrario, perchè l'usurpazione era un diritto, la forza un'autorità, l'amore di patria una colpa, il desiderio di liberarla dall'oppressione un grave delitto di Stato! L'ipocrisia diventava una necessità, l'umiliazione davanti la potenza dei nemici una assoluta necessità, per salvare le vittime cadute nelle loro mani. Sior Antonio sbuffava, incrociava le sopracciglia, batteva i piedi, ma doveva piegarsi, se voleva vedere suo figlio, e non nuocergli.
Finalmente potè essere condotto alle carceri criminali, accompagnato da un impiegato che assistette all'intervista del detenuto con suo padre.
Ma quelle porte chiuse, quei catenacci, quelle chiavi, quell'aria uggiosa e ammuffita del carcere gli misero nelle ossa un ribrezzo che gli faceva tremare i ginocchi. Quale triste domicilio per un giovane avvezzo all'aria aperta e profumata delle montagne!
Il povero Tiziano era pallido, smunto, cogli occhi pesti, come un uomo sepolto vivo. Il padre ne fu desolato, lo abbracciò teneramente, gli teneva serrate le mani, aveva gli occhi gonfi di lagrime, e gli mancavano le parole.
Tiziano gli fece animo, gli chiese notizie di sua madre, di Maria, degli amici, del paese, di tutti di casa, compreso Fido, e con dei giri di parole procurò di sapere se Michele fosse salvo. Sior Antonio dapprima non capiva niente, ma poco a poco incominciò a famigliarizzarsi col linguaggio arcano degli schiavi, vide come si doveva esprimere il pensiero velato, mascherato, allusivo, senza compromettere nessuno; e strizzando l'occhio a Tiziano gli disse:
— A proposito devo dirti che l'uccellino che cantava così bene nell'orto di sior Iseppo, e che volevano accalappiare per metterlo in gabbia, non si è lasciato prendere ed ha spiccato il volo sulle montagne....
L'allusione era troppo poco velata perchè l'impiegato che assisteva al dialogo non dovesse comprenderla, ma finse di non aver inteso e lasciò andare la cosa senza osservazioni.