Tiziano avendo capito che l'amico era in salvo si rasserenò alquanto, e procurò d'infondere coraggio a suo padre, si mostrò sempre dignitoso, e ritornò alla sua prigione rasserenato ad aspettare il processo che gli facevano i tedeschi, perchè egli italiano, amava l'Italia.
Sior Antonio aveva saputo che i personaggi più cospicui, e le famiglie più stimabili di Venezia si erano rese invano garanti perchè l'avvocato Manin venisse processato a piede libero, e vedendo che non c'era nulla a sperare da un governo spietato e sospettoso, e convinto che bisognava forse aspettare lungamente l'esito del processo, voleva ritornarsene in Cadore dove lo chiamavano il dovere e le necessità degli affari, ma i suoi buoni padroni lo forzarono a rimanere con loro, procurando così al padre ed al figlio l'unica consolazione alla quale potevano aspirare, quella di vedersi qualche volta, e di essere vicini.
Allora il bravo cadorino per togliere la moglie dall'ansiosa aspettativa, decise di mandare sue notizie all'arcidiacono non dimenticando i prudenti consigli di lui, e quelli dei padroni, che gli raccomandavano tanto d'essere guardingo e di misurare le parole, e fatto anche un po' esperto per l'esercizio dei dialoghi che teneva con suo figlio nel parlatorio del carcere, si accinse a scrivere con somma precauzione, quanto desiderava di far noto ai parenti ed agli amici. Ma fra il bisogno di render conto d'ogni cosa, e il timore di compromettere qualcuno con imprudenti espressioni, egli si trovò nel più grave imbarazzo, e costretto di pesare ogni pensiero, e di misurare ogni parola, rimaneva lungamente colla penna in mano, prima di scrivere una linea. Ogni pagina gli costava sudori, tuttavia scrisse a varie riprese le seguenti lettere, che dobbiamo pubblicare come documenti indispensabili che servono a far conoscere il successivo sviluppo degli avvenimenti che interessano il presente racconto.
«Reverendissimo Signor Arcidiacono
Vengo con questa mia a renderle conto del mio viaggio, che è stato faticoso per la Nina, e per l'umile sottoscritto, però siamo giunti entrambi in buona salute. Ho lasciato la Nina sotto la campana di Mestre, e sono arrivato a Venezia coll'ajuto di Dio. Le persone che io doveva vedere sono in villeggiatura, e quindi non possono giovarmi come io sperava. Mi sono assai sorpreso del loro gusto di ritirarsi in campagna nel cuore dell'inverno, ma Ella sa benissimo, Signor Arcidiacono che a questo mondo si fa sempre quello che si può, e non sempre quello che si desidera. Ho veduto mio figlio che sta bene di salute, quantunque starebbe meglio a casa, ma questo per ora non è possibile, perchè Sua Maestà imperiale reale ed apostolica, colla sua eccelsa volontà, si degna di tenerlo in prigione, del che siamo rispettosamente dolenti. Intanto rimango a Venezia per vedere se sarà liberato dalla giustizia di Sua Maestà, con tutto rispetto parlando.
Vado ogni giorno in chiesa a San Marco e mi raccomando caldamente alla Madonna della Consolazione, che si trova sotto un arco a sinistra del coro, — la Madonna non la consolazione — la quale mi manca del tutto, per i supremi voleri dell'altefatta Sua Maestà.
Null'altro per ora avendo da aggiungere, la prego, reverendissimo Signor Arcidiacono, di compatirmi sempre, salutandomi la Maddalena, a nome anche di Tiziano che le raccomanda il cane, e li saluta tutti, lei compreso, ed anzi per il primo, colle quali cose, malgrado le amarezze che mi rendono stupido, la prego di tenermi pel primo della parrocchia nell'ossequioso rispetto col quale me le dichiaro, e sono suo obbligatissimo e affettuoso
Antonio Larese del fu Taddeo.»