Sior Iseppo avendo ricevuto una lettera di Michele che gli domandava denaro per ritornare in patria, si era ritirato in casa, assai malcontento, e col profondo convincimento che tanto sotto i governi dispotici, quanto col regime della libertà, suo nipote gli avrebbe sempre spremuta la borsa, e deplorando che dopo di essersi astenuto dal matrimonio per economia, era costretto di mantenere il figlio di suo fratello, e brontolava fra i denti mille imprecazioni, coi fremiti del suo malcontento.

Dopo la solennità, sior Antonio si era recato da Isidoro a chiedere la mano di Maria per l'unico suo figlio Tiziano, mentre costoro giravano spensierati fra le piante del roccolo, raccogliendo dei fiori.

Chiamati a comparire davanti i genitori li trovarono gravemente seduti intorno al tavolo, sul quale erano stati deposti dei bicchieri e delle bottiglie. Maria s'era messo fra le treccie un papavero rosso, e portava in mano un fascio di biancospini e di lilla odorosi. Isidoro le annunziò in poche parole la domanda di Sior Antonio, chiedendole se fosse contenta. A tale proposta inaspettata, si fece tutta rossa, e guardando Tiziano con uno sguardo di dolce rimprovero gli disse:

— Traditore!... non mi ha detto mai niente!....

— Dunque.... soggiunse suo padre, non sei disposta di concedergli la tua mano?...

Maria guardò negli occhi il suo amico, e gliele sporse tutte due. Egli se la strinse al seno dicendo: — Siamo nati per vivere insieme!... E riempiuti i bicchieri, tutti bevettero alla salute dei promessi sposi.

Venne poi pattuito di comune accordo, che se l'Austria si decidesse a resistere, e rendesse necessario di combattere per l'indipendenza della patria, le nozze avrebbero luogo a guerra finita.

Intanto anche i Cadorini che dimoravano a Venezia facevano pervenire a quel governo provvisorio le loro adesioni, raccomandandogli caldamente la difesa delle loro montagne, e il governo rispondeva alle loro dimostrazioni con un manifesto «ai popoli del Cadore» ricordando che l'antica repubblica li chiamò «fedelissimi» rammentando loro le patrie vittorie, e con platonici sentimenti, come era nelle abitudini declamatorie del momento, scambiava le più ingenue dichiarazioni d'amore, dicendo a quel popolo: «Cadorini, credete all'affetto nostro, e noi al vostro crediamo, perchè sappiamo bene che le anime sincere sono le più generose ed ardenti.»

Ma siccome nelle rivoluzioni e nelle guerre una buona carabina è assai più vantaggiosa della rettorica, anche se accompagnata da cordiali dimostrazioni d'affetto, così i Cadorini si ostinarono a domandare al governo di Venezia, armi, munizioni, e soccorsi per resistere ad una possibile invasione, e per loro parte si mettevano subito all'opera organizzando dovunque la difesa, istituendo le guardie civiche, raccogliendo tutte le armi che potevano trovare, fortificando i punti più importanti di Venàs, di Vallesella, e di San Vito; ed alcuni drappelli più animosi erano anche andati a tenere in sorveglianza il confine malsicuro di Ampezzo e di Montecroce. I Cadorini sentivano d'essere le sentinelle avanzate sui confini d'Italia, e che la difesa delle Alpi avrebbe deciso la sorte della patria comune. L'arsenale di Venezia era bene provveduto di armi da guerra, e coll'insistenza dei cadorini dimoranti colà si ottennero finalmente 400 stutzen, 5 cannoni, ed alquanti barili di polvere.

Al loro arrivo in Cadore queste armi furono accolte con segni festosi di gioja, i cadorini andarono ad incontrare i carri che le portavano, li scortarono come in trionfo, ma erano sempre poche al bisogno, e affatto insufficienti al gran numero d'uomini che correvano volonterosi a difendere le gole dei monti. Così mentre in molte città d'Italia si facevano romorose dimostrazioni, o vane pompe di facili trionfi, in quei monti ignoti o appena noti a gran parte d'Italia quegli animosi montanari si apparecchiavano arditamente alla difesa. Le miniere d'Auronzo fornivano il piombo, le donne preparavano le cartucce e le filaccie, gli uomini si esercitavano al maneggio delle armi.