Tiziano viveva una vita piena d'entusiasmo, ora in soavi colloqui colla adorata fanciulla, ora col fucile in ispalla, attendendo il nemico alla frontiera in difesa della patria. E dopo una notte passata in un bosco per sorvegliare i confini, egli correva sotto al noto balcone ad aspettare il primo raggio di sole. Al crepuscolo si apriva la finestra, e compariva Maria, che gli pareva più bella dell'astro che tingeva di rosa le cime dei monti.

L'amore della patria si animava dell'amore della donna, e si concentrava in una sola aspirazione: far rispettare tutto ciò che l'uomo ha di più sacro sulla terra, il suolo nativo e la famiglia, l'onore della nazione e i tesori del cuore.

E in mezzo a quelle alpi sublimi, nel roccolo di Sant'Alipio, nel nido recondito sospeso sulle roccie di Montericco, nelle ore concesse al riposo del soldato, l'amante s'inebbriava del sorriso della sua fanciulla e la loro gioventù si alimentava di speranze e di voluttà, e Tiziano stringendo la mano di Maria, trovava ancora più stupenda la bella natura che gli stava davanti, e in quella varietà di tinte, d'ombre, di luce, di canti e di profumi trovava più adorabile la sua fidanzata, che gli faceva tutto sentire ed ammirare attraverso il prestigio della passione. Quella stagione del rinnovo gli apparve come uno spettacolo meraviglioso, ed infatti era per lui la primavera della vita, la primavera dell'amore, la primavera della patria, che si associavano alla primavera dell'anno. Il mattino era un incanto di paradiso in quel sito, le tinte rosee del cielo si riflettevano sulle cime dei monti, l'aria leggera ed odorosa echeggiava di mille voci sonore che salutavano il ritorno della luce. A mezzo giorno, tutto era silenzio, pace, e profumi; al tramonto, il cielo le nuvole le alpi parevano di fuoco, e i sospiri del cuore si confondevano colle brezze vespertine.

Quando il dovere chiamava il soldato alle armi durante il giorno, ed alla sera si cambiavano i drappelli che erano stati di guardia, dopo un breve riposo Tiziano correva al roccolo di Sant'Alipio, ove Maria lo aspettava, e passavano delle ore deliziose al chiaro di luna. Le loro parole sommesse, bisbigliate in quella solitudine incantevole, parevano preghiere, ed erano poesie, ignote a chi non ha amato con purezza di sentimento in quei tempi in quei luoghi in quelle circostanze. E quella poesia era la realtà di quella scena e di quei cuori, come le lubriche scene dei vizii cittadini sono la realtà d'altri tempi e d'altri costumi.

Ai primo alito di libertà il paese si sentiva vivere di nuova vita.

Era in tutti un desiderio d'operare pel bene comune, una fratellanza di sentimenti, di voti, di aspirazioni, una curiosità intensa di notizie delle altre parti d'Italia, che recavano sempre nuove sorprese.

All'ora dell'arrivo della diligenza giornaliera una folla di curiosi le si accalcava d'intorno avida di udire le novità e di ricevere le corrispondenze e i giornali, e in tal modo la popolazione di Pieve veniva a conoscere gli avvenimenti che si succedevano continuamente, impreveduti, meravigliosi.

Tutte le città del Veneto, meno Verona, avevano superati gli ostacoli, e allontanati gli austriaci. A Udine avevano obbligato le truppe a ritirarsi a Gorizia, a Treviso una capitolazione aveva costretto il presidio a sgombrare, lasciandovi un battaglione del reggimento Zannini, tutto di Trivigiani, che avevano fraternizzato col popolo. A Padova il tenente-maresciallo D'Aspre firmava una convenzione con quel municipio, obbligandosi ad uscire dalla città, evacuava anche Vicenza soggetta al suo comando, e si ritirava nel quadrilatero. Treviso aveva istituito i Cacciatori del Sile, e la legione Italia libera, Padova la legione Euganea.

Ma come avviene ordinariamente ne' tempi di rivoluzioni e scompigli, le notizie invece di giungere positive e veritiere pareva che si gonfiassero per via, e si sballavano grosse, esagerate, ed anche false ed inventate di pianta. A udire quei viaggiatori di passaggio l'Austria era caduta in dissoluzione, era morta e sepolta; non se ne parlava nemmeno; e i paesi erano intieramente preoccupati dal pensiero della forma di governo da adottarsi; chi voleva la repubblica, chi la monarchia, chi la casa di Savoia e chi il papa, chi la federazione e chi l'unità.

Mazzini predicava per un partito, Gioberti declamava per un altro, ed entrambi ottenevano applausi, dimostrazioni clamorose, e trionfi.