A tali racconti i buoni patrioti si attristavano grandemente; sior Antonio agitava la testa e stringeva le labbra, sior Iseppo grugniva, il consigliere imperiale crollava le spalle, Isidoro si lasciava trasportare dall'entusiasmo, assicurava in piena buona fede che tutto sarebbe finito a meraviglia, Tiziano vedeva color di rosa, la politica e l'amore, e si esaltava gridando:
— Viva l'Italia!... viva la libertà!...
Un giorno che si aspettava colla solita ansietà l'arrivo della diligenza, la si vide da lontano che saliva la costa, e si distingueva una macchietta sull'imperiale che sventolava una carta. Grande impressione nella folla a quel segnale! Che cosa poteva essere?... chi diceva una bandiera bianca, chi vedeva un brutto presagio, chi sperava l'annunzio d'una buona vittoria, o un trattato di pace che consolidasse l'indipendenza italiana. L'agitazione andava sempre crescendo, tutti spalancavano gli occhi, molti corsero incontro alla diligenza per essere i primi a conoscere il fatto straordinario che si annunziava...
Era Michele che ritornava dal suo breve esilio in Piemonte e che aveva cominciato da lontano ad agitare in aria il manifesto del Re Carlo Alberto — Ai popoli della Lombardia e della Venezia. —
Quando la diligenza si arrestò in mezzo alla folla stipata davanti l'Ufficio della Posta, Michele, in piedi sull'imperiale, si mise a declamare ad alta voce il manifesto — «I destini d'Italia si maturano; sorti più felici arridono agli intrepidi difensori dei conculcati diritti.» Uno scoppio di applausi frenetici fece sospendere la lettura, la quale fu costantemente interrotta dal crescente entusiasmo degli spettatori, e dalle grida romorose di chi domandava il silenzio. Quando udirono che il re del Piemonte entrava in Lombardia col suo esercito, gli applausi non finivano più, e Michele accennava colle mani che stessero zitti se volevano udire anche il resto. Quando fu possibile di riprendere la lettura, il giovane continuò con voce stentorea: «Seconderemo i vostri giusti desideri fidando nell'ajuto di quel Dio che è visibilmente con noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.» — Tali parole eccitarono una irresistibile frenesia nella folla, e non fu più possibile di calmarla. Le grida assordanti di Viva Pio IX si confondevano con quelle di viva l'Italia, viva la libertà, viva il Cadore, Viva Carlo Alberto. — Viva la repubblica di S. Marco!... La fine del manifesto non si è potuta udire che dai più vicini, e Michele saltato abbasso dalla diligenza si trovò stretto e quasi soffocato dagli amici. Sior Antonio piangeva dalla consolazione: egli vedeva la patria liberata, la famiglia tranquilla, e il legname delle seghe fuori di pericolo. Il Consigliere imperiale assicurato dall'intervento del Piemonte, giudicò l'Austria perduta senza remissione, e vedendo l'entusiasmo del popolo, stimò opportuno per la propria sicurezza, e per garanzia della pensione, di dare una prova evidente di patriottismo, e si mise a gridare — «morte all'Austria! fuori i barbari dall'Italia! viva Carlo Alberto e l'esercito piemontese!» I popolani gli strinsero le mani, in segno di ammirazione pel suo generoso entusiasmo, ed egli ringraziava modestamente, mentre Michele sfuggito alla folla correva a casa col suo sacco da notte, ad abbracciare lo zio orso e ad ascoltare con rassegnazione le sue ramanzine.
Però gli avvenimenti non erano così assolutamente decisi come si credeva nel primo entusiasmo dalla poca esperienza politica delle popolazioni appena uscite dalla dominazione straniera. L'esercito austriaco sorpreso dalla rivoluzione nelle varie città non era punto disfatto. Anzi si andava raccogliendo regolarmente, e i vari corpi dispersi con poche perdite si concentravano nel quadrilatero dove il vecchio feldmaresciallo Radetsky organizzava le truppe e stava attendendo i rinforzi che aveva domandati, per uscire da' suoi ripari e riprendere il terreno perduto.
I volontari che sotto gli ordini del generale Sanfermo si batterono coraggiosamente contro gli austriaci a Montebello dovettero soggiacere al numero superiore che li assalì, a Sorio, dove fu un vero macello, e si pagò uno dei primi tributi di sangue per la difesa del territorio veneto. Il generale Durando col suo corpo d'esercito pontificio non si decideva mai a varcare il Po, malgrado le vive sollecitazioni che gli venivano fatte dal governo di Venezia e dal generale Lamarmora, che lo eccitavano a portarsi sull'Isonzo dove il Nugent raccoglieva uomini, armi e munizioni per scendere nel Friuli e recarsi a Verona in soccorso di Radetsky.
Pio IX dopo di aver benedetto il 25 marzo dall'alto del Quirinale la bandiera delle truppe regolari che partivano per la guerra dell'indipendenza, si mostrava esitante e mal contento, e finalmente dichiarò coll'enciclica del 29 aprile che non aveva mai inteso di far la guerra all'Austria.
L'indignazione fu grande in tutta Italia, e a Roma principalmente, ove i genitori, i parenti, gli amici dei militi partiti per la guerra temevano di vederli cadere in mano del nemico ed essere trattati da ribelli.
In tali condizioni di cose premeva grandemente che i soldati volonterosi di battersi per l'indipendenza nazionale avessero dei capi che sapessero dirigerli, e i cadorini pressavano il governo provvisorio di Venezia di voler provvedere a questa necessità, per difendere validamente le Alpi.