E infatti il 18 d'aprile Daniele Manin fece chiamare il dottor Luigi Coletti, reduce dalla lotta di Sorio, e gli presentò Pietro Fortunato Calvi, nominato capitano delle armi del Cadore, con decreto del 17 dal governo provvisorio della repubblica.
Pietro Fortunato Calvi era nato nell'antico castello di Briana in provincia di Padova, comune di Noale il 15 febbraio 1817, aveva dunque appena compiuto 31 anno, e ne mostrava assai meno. Era un bel giovane biondo, di nobile fisonomia, di aspetto marziale, di carattere dignitoso, schietto, leale, che attirava la simpatia di quanti lo vedevano. Il parroco del villaggio fu il suo primo maestro, poi continuò i suoi studi nel ginnasio di Padova, e dopo passò nel collegio militare del genio a Vienna da ove uscì col grado di tenente nell'arma di fanteria del reggimento Wimpfen. Trovatosi per vari anni di guarnigione a Venezia, venuto a contatto cogli ufficiali di marina, che memori delle glorie passate, colleghi dei Bandiera e di Moro, nudrivano sentimenti italiani, fattosi amico di alcuni giovani veneziani che gli parlarono di patria e di libertà, il giovine tenente s'avvide a poco a poco che le tenebre politiche avevano oscurata la vista a molti italiani, che ignoravano di avere una patria, e si mostrò pronto a riconoscerla e deciso a servirla. I suoi superiori si accorsero delle nuove idee che germogliavano nella mente del giovane ufficiale, e per allontanarlo dalle tentazioni e guadagnarlo coll'ambizione soddisfatta, lo traslocarono a Gratz col grado di capitano. Ma ai primi movimenti del 48 diede le sue dimissioni, che non vennero accettate, ciò che non gl'impedì egualmente di lasciare il servigio straniero, e recatosi a Trieste uscì dal porto in una barca peschereccia ed attraverso mille pericoli giunse a Venezia. Colà si faceva conoscere dal governo il quale lo accoglieva con distinzione e gli dava l'incarico di andar a dirigere la difesa del Cadore. Il giorno 19 aprile egli partiva per la sua destinazione insieme al compagno che gli era stato dato e il giorno successivo sulla sera, entrava a Pieve e prendeva alloggio in casa Coletti.
Presentato al Municipio che riconobbe subito il suo incarico, venne tosto deliberato di convocare nuovamente pel giorno 25 i deputati di tutti i comuni del Cadore, i capi delle guardie civiche, e tutti i maggiorenti del paese. Intanto il capitano prendeva conoscenza dei luoghi e delle persone.
Il giorno 25 nella sala della Comunità, ai rintocchi della campana che aveva suonato al 1º del mese si raccolse l'assemblea, con meno trasporti frenetici della prima volta, ma con pari patriottismo, più positivo e più grave, decisi tutti a qualunque sacrificio per vietare l'ingresso delle Alpi all'esercito imperiale; che si presentava minaccioso alla frontiera.
Il Municipio di Pieve presentò ai convocati il capitano Calvi, come capo delle armi cadorine, eletto dal governo centrale. Esso venne accolto da unanimi applausi, e fece un breve discorso all'adunanza, manifestando il suo fermo proposito di dedicare la vita alla difesa e al bene del paese, nel quale con suo sommo piacere era stato mandato. Le sue parole vennero ascoltate in rispettoso silenzio, seguito da manifestazioni di gioia, e da esclamazioni di entusiasmo guerriero. Si fece qualche altro discorso, e poi si passò subito alla nomina del Comitato di difesa, al quale presero parte i più distinti cittadini.
Dopo alcune altre formalità secondarie, si stava dettando il protocollo delle prese deliberazioni, quando si vide entrare nella sala un uomo pallido in volto, che teneva in mano un foglio stampato. Era il signor Luigi Galeazzi di Perarolo il quale veniva ad annunziare all'assemblea che gli Austriaci avevano passato l'Isonzo, che Udine aveva dovuto capitolare, e quel foglio conteneva appunto il testo della capitolazione, ed era la prova evidente della nuova invasione.
A tale sorpresa successe qualche istante di silenzio. Era una trasformazione impreveduta di scena che faceva cadere ad un tratto molte illusioni, smorzava molti entusiasmi, risvegliava timori e paure, e smascherava alcune persone accorse all'assemblea colla fiducia di qualche vantaggio personale, spinte a secondare la corrente e a mostrarsi fra le prime ad adorare il nuovo astro che sorgeva all'orizzonte. Chi avesse osservato in quel momento le contrazioni muscolari del viso del Consigliere imperiale avrebbe veduto un tipo curioso ed interessante di quell'epoca, uno di quei personaggi che dopo d'aver servito con molto zelo il governo straniero, procuravano dopo la sua caduta di far dimenticare un passato pericoloso, e si mostravano fra i più ardenti promotori del nuovo ordine di cose, insinuandosi astutamente nelle pubbliche adunanze, gridando più forte degli altri, infiltrandosi a poco a poco, e penetrando nei nuovi uffici, per riprendere influenza nelle cose pubbliche, assumere nuova autorità, sollevarsi dalle rovine, cercando nuove soddisfazioni all'ambizione, e nuovi lucri all'avidità.
Il consigliere imperiale, avvedutosi in quel momento d'aver avuta troppa fretta a mostrarsi liberale, avrebbe voluto tirarsi indietro senza compromettersi, ed agitato dalla lotta che si combatteva nel suo cervello, presentava una fisonomia, che sarebbe sembrata molto comica, se le gravi preoccupazioni del momento non avessero attirato altrove gli sguardi. Ma se c'era un consigliere imperiale, e qualche timido che viste le critiche circostanze avrebbe voluto subito rinunziare ad ogni resistenza, l'assemblea si componeva la maggior parte di animosi patriotti come Tiziano, Michele, Isidoro, e tanti altri disposti a dare la vita per la patria, decisi di resistere alla nuova invasione, i quali non avevano che un solo timore, quello di riveder l'Italia ricadere in mano degli stranieri, e non erano animati che da una sola ambizione, quella di offrire tutto il loro sangue per salvarla da questa nuova sventura.
Il generoso patriotta che stava al fianco di Calvi prese la parola, dicendo:
— A che ci siamo qui raccolti?... Nol sapevamo noi che il nemico ci stava alle porte deciso d'invadere nuovamente la patria?... Non è forse il pensiero della difesa che ci ha qui condotti?... A che dunque occuparsi di difesa se non si avesse avuto presente che fra poco avremmo avuto il nemico da combattere?