A destra del Boite torreggia il Pelmo che s'innalza a 3161 metri sul livello del mare, a sinistra l'Antelao s'innalza a 3255 metri, in mezzo d'un corteggio di monti minori. Monte caro e terribile ai Cadorini che lo ammirano da lontano, coronato di nevi o di tempeste, nero di nubi o irradiato da rosei colori dell'alba, o dal fuoco vivo d'incantevoli tramonti. Gigante dolomitico spaventoso ai vicini, colle sue orribili frane, la cui storia è tremenda per villaggi sotterrati dalle rovine e sepolti per sempre. Egli sorge squallido, nudo, frastagliato, nevoso, in mezzo ai deliziosi boschetti di Valle, paesello ridente d'ortaglie e frutteti, che guardano paurosi il fantasma che li sovrasta. Le case antiche di Valle tutte di legno, affumicate, coi loro ballatoi, ingombre di scale, poggiuoli, coi tetti sporgenti, formano dei gruppi di linee stupende e di colori pastosi e robusti, davanti un orizzonte ondeggiante in amenissimi declivi ornati d'alberi ramosi che sporgono le loro braccia ritorte fra le fabbriche e i muri cadenti coperti di edere, dietro i quali si vedono i lontani boschi di larici dalle fogliette glauche, che rendono più dolci i passaggi dalle tinte cariche e cupe del primo piano al fondo cinereo dell'Antelao che spicca maestoso sull'azzurro del cielo.

A Costa un ponte d'un solo arco s'innalza sull'acqua del torrente a 59 metri, e, appoggiandosi sulle roccie sparse d'abeti che crescono fra i crepacci, congiunge le due rive e conduce sulla strada di Cibiana. Nel 1823 il monte franato fermò il corso del Boite per 12 ore, e finalmente rotta la diga, le acque si versarono furiosamente nella valle e alzandosi fino a 25 metri, inondarono Perarolo apportando desolazioni e rovine.

Anche Vodo offre amenissimi paesaggi e prospettive stupende; monti sparsi di boschi, seguiti da altri monti e da altri boschi a tinte sempre più digradanti quanto più si allontanano dalla vista, con declivi a dolcissime curve e toni sempre più languidi e sfumati che finiscono con nude roccie grigie filettate di neve e confuse colle nuvole.

Presso l'antichissimo paesello di San Vito, il Pelmo presenta le sue sterili roccie che ascondono orridi precipizi dietro ai verdi promontori ricoperti di fittissimi boschi, che lo fanno sembrare ancora più squallido e nudo. La campagna vicina è sguarnita d'alberi, meno qualche frassino sparso qua e là, che colle sue foglie oscure spicca sul verde tenero dei larici. Dirimpetto al villaggio, a destra del Boite, presso alcuni avanzi d'una strada abbandonata, si trovano traccie di villaggi scomparsi, e si scorge una miniera di ferro abbandonata, che si scavava al tempo della repubblica veneta. Nel 1848 le donne di questo paese preferivano ancora il pittoresco costume antico. Adesso appena qualche vecchia ne conserva le ultime traccie che stanno per perdersi nella comune uniformità. Vestivano una sottana nera, increspata di dietro ed orlata al basso da una frangia scarlatta. Panciotto rosso filettato di nero con sovrapposta pettorina quadrangolare a fondo rosso, ornata traversalmente da galloncini, e orlata di frangie d'oro o d'argento secondo il caso di festa o di lutto. Mettevano al collo una collana di grossi coralli, o una catenella d'argento, portavano in testa un cappello largo e rotondo in cima stretto al basso, e senza falde, come quello dei sacerdoti armeni; usavano calze rosse e scarpe scollate.

Gli abitanti d'Oltrechiusa sono generalmente tenaci dei loro diritti, laboriosi e interessati; le donne hanno aspetto maschile, fisonomie gravi, andamento risoluto. Sono molto amanti della vita domestica e patriarcale, e si conobbero famiglie composte di cinquanta persone, e di sette matrimoni, che vivevano in perfetta armonia.

Calvi che era grande ammiratore della natura si piaceva assai fra quei monti, ove ad ogni svolta di strada si presentano nuovi oggetti degni d'attenzione, e stupendi prospetti. Si arrestava in contemplazione nei siti più pittoreschi, si animava alla difesa della patria, che la natura aveva dotata delle Alpi, come formidabili fortezze, ai confini. Conversava con piacere cogli abitanti, nei quali ammirava la semplicità unita al buon senso, la sobrietà che risparmia i frutti del lavoro, la lealtà ardimentosa, la cordiale e franca ospitalità, virtù indigene d'un paese poco noto, e così degno d'essere conosciuto. E andava ambizioso d'essere scelto per guidare quella gente nelle battaglie dell'indipendenza, e di poter vietare agli stranieri la violazione di quei focolari che raccoglievano famiglie così oneste, e così degne della libertà. E andava studiando, e indicando tutti i mezzi più opportuni per resistere all'invasione, con lavori che rendessero inespugnabili quei passaggi.

I cadorini avevano costruito a pochi passi da Chiapuzza a sinistra del Boite un lungo fossato, formando un terrapieno col materiale scavato a guisa di parapetto verso settentrione, che veniva sorvegliato da sentinelle, ma il luogo parve poco atto ad una lunga difesa, e venne deciso per consiglio del capitano, di disporre perchè la difesa maggiore in caso di bisogno si portasse alla Chiusa, presso Venàs.

Uno dei primi lavori, in questa località, fu quello di rompere un tratto di strada che dal precipizio di Chiusa va verso Peaggio, rendendo il sito rovinoso e impraticabile, franando con mine la roccia fino al letto del Boite, e formando, all'altezza di circa 20 metri, sulla rupe che sovrasta la strada, un pianerottolo sul quale collocarono dapprima un cannone, e più tardi due, levandone uno da Treponti. Nè vi fu bisogno d'altri lavori, essendo tutta quella linea perfettamente difesa dalla natura selvaggia, dalle rupi a picco, irte, scoscese, rotte da dirupi alpestri e franosi. Fatti alla Chiusa questi apparecchi vennero posti sotto la custodia della guardia Civica di Venàs, il cui comandante era Federico Albuzzi, antico soldato di Napoleone, che seppe organizzare perfettamente la difesa di quel punto importante.

Compiuta questa prima ispezione e ritornati in Pieve posero mano ad altre disposizioni non meno gravi e necessarie. Calvi si occupò particolarmente dei soldati, il suo compagno costituì l'ufficio del Comitato di difesa nel palazzo della Comunità. Si nominarono i segretari, i cancellieri, ed un cassiere, e vennero elette varie commissioni per tutelare l'ordine interno, con l'appoggio della guardia civica, dispensata dal servizio attivo, ed incaricata di sorvegliare l'annona e le proviande militari, con facoltà di requisire viveri, rilasciando viglietti di credito.

Sior Antonio venne utilizzato negli uffici, ove la sua probità lo rendeva autorevole, e il suo odio per la dominazione straniera gli era sprone a spingere la resistenza con tutte le forze del paese. Il Consigliere imperiale vedendolo salito al potere lo trattava con deferenza marcata, non più come un inferiore, ma come un eguale.