— Ah! se sapeste quanto lunghe ed ansiose sono le ore dell'aspettativa, quanti fantasmi spaventosi vengono ad assalirmi nella mia solitudine inerte, mentre odo dovunque il lugubre tuono delle campane, e le scariche delle armi, e penso che voi siete esposti a quel pericolo, e non solo a morire, ma forse anche a soffrire feriti senza soccorsi d'una figlia, o d'un amico. Lasciatemi venire con voi, sarò molto più felice nell'ardore della battaglia, che nella mia desolante solitudine.

Suo padre le fece osservare che non è nell'ardore della mischia che si sente la fatica della guerra, ma nelle lunghe marcie, e nelle notti esposti alle intemperie, e a tutti i disagi ai quali non può reggere una giovine non avvezza ai lavori faticosi, come le povere donne delle montagne.

Maria dovette cedere suo malgrado all'autorità paterna, ed alle preghiere di Tiziano, il quale non solo non poteva tollerare che essa si esponesse ad ogni pericolo, ma non voleva nemmeno che si trovasse in presenza del capitano vedendola troppo calda ammiratrice delle sue gesta. Ed avendola consegnata tutta in lagrime nelle braccia della vecchia domestica, chiusero la porta del roccolo e corsero in fretta dove li chiamava il dovere.

Le notizie che giungevano in Cadore erano sempre esagerate, incerte, e contraddittorie. Chi pretendeva che il generale Durando accorresse in soccorso, e fosse anche giunto a Ceneda colle truppe pontificie; chi diceva aver veduto a Feltre truppe italiane che si avanzavano verso Belluno, chi assicurava che gli austriaci si erano trincierati sul Piave, chi voleva sostenere che Verona era in mano dell'esercito piemontese, e Radetzky prigioniero.

Invece la verità era assai dolorosa, e la patria versava in grave pericolo.

Il generale Nugent dopo riconquistato il Friuli occupava Feltre e marciava verso Treviso tendendo a ricongiungersi con Radetzky in Verona. Belluno era caduta egualmente in mano degli austriaci, e i croati s'incamminavano verso il Cadore, per giungervi da quella parte dalla quale si attendeva il soccorso.

In quel tempo mancava il telegrafo, tutti gli affari erano sospesi, nessuno si metteva in viaggio senza gravi motivi, e nel silenzio di quelle valli solitarie, nella solitudine di quelle montagne si avrebbe creduto che la pace regnasse profonda nel mondo, mentre gli eserciti stranieri, irti di baionette, e seguiti da innumerevoli convogli di cannoni calpestavano il suolo italiano, e apportavano la desolazione e la morte alla nostra patria.

I cadorini però non si perdevano d'animo, decisi di far pagar caro agli stranieri il delitto dell'invasione, e sperando che la loro valorosa resistenza dovesse apportare più felici risultati all'Italia, chiudevano i passi delle Alpi, decisi di morire al loro posto.

Mancavano però sempre d'armi sufficienti, ed anche di viveri, e ne chiedevano con insistenza a Venezia, decisa al pari di loro di resistere allo straniero. Da Venezia si rispondeva che «resistessero ancora per otto giorni», che poscia sarebbero soddisfatti, ma gli otto giorni passavano e non si vedevano arrivare nè soccorsi, nè uomini, nè armi, nè provvisioni.

Le strade intercettate dagli invasori non erano più sicure. Il Comitato di difesa continuava a tenersi legato al governo centrale, al quale chiedeva ordini e consigli; per fargli tenere con sicurezza i suoi dispacci aveva stabilito un servizio di appositi messi, tutti gente fedele, montanari avveduti, che varcavano le montagne per vie ignote, attraversavano gli eserciti invasori, deludendo destramente i loro sospetti, penetravano furtivamente nelle lagune, portavano le carte e ripartivano colle istruzioni, che giungevano sempre al loro destino.