Tra questi messi si distingueva Giacomo Croda, il contrabbandiere di Misurina, che aveva condotto in salvo Michele, e che poi si era messo in relazione coi contrabbandieri delle lagune, percorrendo le paludi che da Altino alla Cava Zuccherina presentano un gran tratto di terre fangose coperte di canneti ed altre piante palustri e percorse da canali che formano un inestricabile labirinto. Da quei canali entrando nella laguna penetravano a Venezia durante l'assedio, apportando viveri e corrispondenze all'eroica città, che con questo solo filo impercettibile all'occhio acuto del nemico, si teneva ancora legata al resto del mondo.
I corpi franchi chiamati dal rullo del tamburo vennero spediti senza indugio a Perarolo, essendo pervenuta al Comitato la brutta notizia che i tedeschi si avvicinavano a Longarone. Il teatro della difesa veniva spostato, e invece di temere un attacco dalla parte del Tirolo, l'invasore essendo già entrato nel Veneto, minacciava dall'interno, ove non si era mai pensato di doversi guardare. Fu necessario raccogliere i soldati di Pieve, richiamare in tutta fretta i corpi franchi dal confine d'Ampezzo, e dalla valle del Boite, e mandarli a marcia forzata nella valle del Piave, fra Ricurvo e Termine, e apparecchiarsi alla difesa.
Calvi alla testa dei Corpi che si trovavano a Pieve accorse subito, facendosi seguire dall'unico cannone col relativo cannoniere che formavano tutto il treno dell'artiglieria mobile di quell'esercito in miniatura, che andava ad incontrare un esercito regolare e bene agguerrito. Il capitano venne subito seguito dalle Civiche di Pieve, Calalzo, Domegge, Valle e d'altri paesi vicini, e nella notte seguente giungevano anche i corpi di Lozzo, Lorenzago, Vigo ed Auronzo, e gente d'ogni villaggio che si metteva a disposizione del condottiero e del Comitato. Si potevano calcolare 300 uomini circa di Corpi Franchi, e 1800 delle guardie civiche di tutto il Cadore, meno il Comelico che non poteva abbandonare il passo importante di Montecroce. Ma di questi 2100 uomini appena 400 erano armati di carabine e fucili, gli altri portavano le solite armi, forche, manaie, falci, spiedi, picche, bastoni, e molti erano anche accorsi colle sole braccia. Questi vennero impiegati di tutta notte ad apparecchiare delle mine nelle roccie che sovrastano la strada, dalla cascata d'acqua della Tovanella al ponte detto del Tedesco, e furono postate le vedette in vari punti dai quali vedevano da lontano.
Il mattino del 7 maggio Calvi comparve sul luogo, montato sopra un cavallo bianco. Egli era raggiante di sicurezza e d'ardire, e secondato dagli altri capi dispose gli uomini armati di fucile sul pendio boscoso che sovrasta alla Tovanella, il resto intorno al cannone collocato in una sporgenza che dominava un bel tratto di strada. Gli uomini delle mine furono muniti di miccie.
Era convenuto di lasciar marciare il nemico nella stretta gola sotto le roccie che soprapiombavano sulla strada. Al momento opportuno Calvi avrebbe fatto tirare il cannone e questo sarebbe stato il segnale per scaricare i fucili e far saltare le mine. Tutti attendevano il nemico con l'ansia della trepidazione che precede i grandi avvenimenti, quando si videro spuntare da lontano i croati che venivano da Termine e furono subito conosciuti alle vesti oscure, alle nere tracolle, ai calzoni stretti del loro uniforme. La prima colonna apparve in cima alla riva che scende al ponte del Tedesco, e avanzava a suono di tamburo preceduta dagli ufficiali, e seguita da carri. Cominciavano già ad entrare sotto le roccie, e mancavano pochi momenti che il corpo fosse giunto al posto fissato per farlo saltare in aria quando fatalmente un fuciliere, per impeto o per impazienza o forse per involontario movimento, fece partire il colpo del suo fucile, che fu creduto da tutti come il segnale pattuito. Dato fuoco alle mine scoppiarono con terribile rimbombo che echeggiò spaventosamente intorno la valle tutta offuscata dal fumo.
Le roccie saltate in aria ricaddero con fracasso sul suolo, ma non colpirono che la testa della prima colonna, mancando per troppa fretta l'intento.
I nemici a quello strepito inaspettato, a quella grandine micidiale di pietre terra e frantumi, si diedero a fuga precipitosa, e molti per essere più sicuri si misero a passare il Piave in catena, ma i cadorini bersagliandoli col cannone e col fucile ruppero la catena, e videro i morti e i feriti affondarsi nel fiume. Ciò accrebbe lo spavento dei fuggitivi che corsero precipitosamente verso Termine.
I cadorini baldanzosi del successo si mettono ad inseguire il nemico; Calvi cerca invano di arrestare gl'imprudenti; ogni suo sforzo torna inutile.
Tiziano pensando forse al prestigio col quale l'eroismo del capitano aveva colpito l'immaginazione di Maria, spinto dalla emulazione, dalla gelosia, dall'ebbrezza della lotta, si slancia fra i primi, Calvi suo malgrado è trascinato dalla corrente, tutti avanzano arditamente alla rinfusa, e attizza il loro impeto il poter fare alcuni prigionieri, e il raccogliere per via armi e munizioni, e due carri di attrezzi da campo abbandonati dai nemico.
I croati giunti a Termine si rifugiano nelle case, corrono alle finestre donde tirano fucilate sulla strada, e mostrano di volersi difendere.