Anche Calvi attendeva un nuovo attacco e si apparecchiava a riceverlo con coraggio, ed a respingerlo con vigore. Le varie vicende del giorno 7 avevano convinto tutti che il migliore partito era quello di tenersi alla difensiva, di non lasciarsi trascinare dall'entusiasmo d'un successo, di obbedire agli ordini del capitano, di aspettare il nemico nelle posizioni preparate per distruggerlo.

Il punto scelto per la nuova difesa fu quella gola di monti fra Rivalgo e Ricurvo, che dai più esperti fu riconosciuta opportuna, ed accettata da tutti. Sono in quel sito altissime montagne che chiudono il Piave in angusto letto. Il fiume torrente scorre tortuoso e profondo fra i burroni in fianco alla strada sulla quale s'innalzano a picco nude roccie, con massi sporgenti che sembrano sospesi sulla testa dei viandanti. Chi attraversa quell'orrido e stretto passaggio crede di trovarsi nel fondo d'un pozzo, e guardando in alto non vede che un breve lembo di cielo, come da un pertugio praticato nella rupe.

All'altezza di circa 150 metri quelle roccie presentano l'aspetto d'un parapetto perpendicolare sulla strada, dietro al quale si stendono estese praterie, vasti pascoli e malghe, ove si trovano innumerevoli frammenti di roccie franate dalle più alte montagne e grossi macigni arrestati sul pendio dai cespugli o da altre pietre.

Salendo dai fianchi praticabili a quella specie di terrazza, i cadorini muniti di leve rotolarono e disposero sul margine del precipizio un'immensa quantità di quei massi enormi, in modo tale da poterli precipitare nel fondo con una spinta, e colla massima facilità. Poi sopra una rupe di Rivalgo, con pietre, alberi e zolle erbose costruirono una specie di fortino sul quale collocarono dei fucilieri, per difendere da ogni assalto gli uomini addetti al lavoro dei sassi, o come dicevano essi, alle batterie di sassonia. In altri siti approntarono delle mine, e alle seghe di Venago, sulla sinistra del Piave, si disposero dei gruppi di fucilieri. Un altro cannone, fatto venire con somma sollecitudine da Treponti, venne collocato dietro una barricata in sito da dominare la strada.

Predisposta in tal modo la difesa, con apparecchi affrettati nella notte, e condotti a compimento prima dell'alba, presi gli opportuni concerti tutti in silenzio e in ordine, aspettarono la nuova comparsa degli austriaci.

Verso le sette del mattino apparvero infatti i croati dalla svolta di Candidopoli, avanzandosi lentamente, ed occupando tutta la strada verso Rivalgo. Erano molto cresciuti di numero, ed avevano un aspetto marziale imponente. Le loro baionette percosse dal sole brillavano di luce sinistra.

Giunsero fino a Rivalgo. I Cadorini aspettavano ansiosamente che avanzassero per passare sotto le batterie di sassonia, quando invece con somma sorpresa videro uscire dal villaggio un uomo vestito in borghese con in mano un lungo bastone sul quale sventolava una bandiera bianca, e presso di lui un ufficiale austriaco.

I Cadorini dietro la barricata alzarono un fazzoletto bianco, ed invitarono i due parlamentari ad avvicinarsi.

L'ufficiale era il tenente colonnello del genio cav. di Haunesthein, il quale essendo stato lungo tempo di guarnigione a Venezia conosceva Calvi, e il suo compagno del Comitato. Si strinsero reciprocamente la mano, poi egli dichiarò che veniva a nome del generale comandante del corpo d'armata di Belluno.

Il generale deplorava gli avvenimenti del giorno antecedente, e domandava il passaggio delle sue truppe sulla strada d'Alemagna, dovendo recarsi in Tirolo. Gli risposero che l'Austria aveva terminata la sua dominazione in Italia, e che avrebbero accordato il passaggio alle truppe qualora deponessero le armi, e ritornassero al loro paese alla spicciolata. Il colonnello accolse tale proposta con un assoluto rifiuto, e continuavano a discutere sull'argomento, quando si udì gridare da più parti: — tradimento!... tradimento!....