I Croati infatti avanzavano, e abbandonata la strada procuravano di guadagnare le alture ove sorgevano le batterie dei sassi. Gli uomini che circondavano il gruppo dei parlamentari puntarono le armi per arrestare il colonnello, il quale impallidito protestava della sua innocenza. Allora Calvi, rendendosi garante della lealtà dell'ufficiale che conosceva da un pezzo, rese possibile il suo ritorno.
Egli si era appena ritirato dietro le truppe austriache quando il primo corpo dei croati si avanzava nella gola più stretta occupando tutta la strada da Rivalgo a Ricurvo e già si avvicinavano alla barricata quando i Cadorini diedero fuoco al cannone. Era questo il segnale convenuto, e questa volta veniva in punto. Lo scoppio delle mine, la valanga dei macigni e le scariche dei fucili furono istantanei e sparsero nella valle un turbinio di fumo, di fuoco, di polvere e di frantumi, come l'eruzione d'un vulcano combinata colla caduta d'un monte. Fu una vera carneficina, una scena d'orrore e di sangue. La strada fu trasformata in un mucchio di rovine sotto le quali i soldati trovarono la morte e la sepoltura.
Diradato il fumo e la polvere, cessato ad un tratto il frastuono, si vide il terreno coperto di cadaveri frantumati fra i macigni caduti, e il sangue che correva a rigagnoli sulla via fra i corpi mutilati e le membra disperse; e si udiva fra il cupo rumore della Piave gli urli dei feriti e i gemiti dei moribondi. Alcuni morti galleggiavano nel fiume sbattuti sulle rive dalle onde insanguinate, e i superstiti spaventati corsero in fuga precipitosa, e non si arrestarono che a Longarone.
Il numero dei nemici morti in quel giorno non si seppe mai, ma deve essere stato grandissimo a quanto asseriscono i bellunesi, che, invece della menada delle taglie, videro galleggiare nel Piave che attraversa la città, una menada di croati. Si dicono «taglie» i tronchi d'alberi tagliati nei boschi del Cadore, che vengono spediti al loro destino mettendoli a fluttuare liberamente nel fiume, sul quale vengono raccolti nei punti designati.
Quella fiera ecatombe di vittime umane è uno dei fatti più spaventosi e meno noti delle nostre guerre d'indipendenza, e in quel giorno il bravo ingegnere Paladini che diresse le terribili batterie di sassonia, venne nominato per acclamazione dei suoi colleghi, Duca di Rivalgo. Quanti titoli assai meno meritati vengono presi sul serio!....
Tra i feriti in quella strage vi fu anche il cav. di Haunesthein, e se ne popolarono gli ospitali militari di Belluno e Serravalle.
Ai feriti raccolti dai Cadorini e trasportati a Pieve vennero prodigate le stesse cure che si ebbero pei propri feriti; e alcuni croati sani, trovati nascosti sotto ai ponti, dai quali non osavano uscire, fatti prigionieri ebbero tale trattamento, che mai non fu superato nei più bei giorni della loro esistenza.
Lungo tutta la strada si rinvennero assise militari, armi, munizioni e vari altri oggetti perduti dai fuggiaschi e dai morti.
Calvi ritornò a Pieve chiamato dal Comitato per provvedere con nuove disposizioni urgenti ad altre minaccie tedesche che mettevano in pericolo il Cadore, e condusse con sè uno dei Corpi Franchi, e quello appunto nel quale trovavasi Bortolo, il figlio della Betta, il domestico dell'ufficiale Tiziano, perduto nell'attacco di Termine.
Appena questo giovane fu libero, per un'ora corse ad abbracciare sua madre; e Maria, saputolo di ritorno, corse in casa Lareze per aver notizie precise del suo povero fidanzato.